GOOD NIGHT, GOODFELLAS
Chiacchiero con Kate, una qualunque da una notte e via. Vicino a noi gli amici seduti al bancone del bar.
E’ una serata come tante, mondanità e vuoto; le risate crasse e cameratesche risuonano nella vana illusione di colmare l’abisso che tutti ci separa, al contrario sortendo prevedibilmente l’esito opposto.
Proprio mentre Kate stringe il bicchiere per avvicinarlo alle labbra pittate - rosso ardente - cerco di scrutarla in fondo al verde delle iridi e non scorgo altro che una vita di sacrifici e il sommo disprezzo per la situazione.
Deprimente osservarci da fuori. Peggio delle bestie.
Ne ho conosciute tante prima di Kate ma puntualmente tali e quali a lei. Grande spirito di adattamento alle circostanze, unico obiettivo tirare la serata condiscendendo la vanità maschile, perlopiù mostrando il candore dei denti ad ogni battuta, qualche movimento di lingua e rapide occhiate da pompino. Comportamento che irreversibilmente devia nella corruzione della propria natura, emancipazione, umore, fino alla completa disistima di se stessi.
Nondimeno ne ho conosciuti tanti altri come me. Presunzione e scarso amor proprio, e quella boria che sotto sotto nasconde l’esser divorati da un acuto e pervicace anelito di morte, mai argomento e tuttavia sostanza. Azione.
Nel locale le luci calde e la musica ci inducono a scordare che siano sempre le stesse facce ad entrare ed uscire e in fondo rendono più tollerabile la scontatezza di uno schema destinato a ripetersi.
Così andò anche quella sera con Kate, quando a varcare l’uscio fu Billy, cugino di un capofamiglia di Little Italy, appena tornato dal fresco e impomatato per festeggiare coi fiocchi una rentrèe attesa otto lunghi anni.
C’è sempre qualcuno che crede di sapere chi sei da quel che hai fatto, e Billy era uno dagli schemi facili, votato per scarsa intelligenza all’altare del pregiudizio infallibile e per scaltra malizia a quello della parola di troppo.
Dunque, con buona pace di Eraclito, si crogiolava nella convinzione che tutto potesse restare uguale, uguale a ieri, ed attaccò per primo rivangando il mio soprannome: Tony sputa e lustra, talmente bravo che ti ci potevi specchiare nelle tue scarpe.
Fu la stupidità, mista alla saccenza d’avere il mondo sotto i piedi, il suo punto di non ritorno:
- Non lustro più, Billy. Forse sei stato via tanto, non veniva nessuno a trovarti e non te l’hanno detto: non lustro più le scarpe.
- Ok, ok. D’accordo.
Adesso però va’ a prendere la cassetta per lustrare!
Dovetti ucciderlo, of course.
