LA SVIZZERA DEL CUORE
In una cittadina avvolta nel grigiore di un paese estraneo e tedioso.
In un albergo nel quale, recluso, ho tirato avanti tra una sigaretta e un’altra mentre insieme ad ogni mozzicone spento spegnevo in me l’atavica pulsione affettiva, amorosa, immaginifica.
L’assenza di fantasia riduce la vita ad uno spettacolo mortale e specialmente qui nel cuore blindato della Svizzera, altro non può dimorare se non l’indifferenza. La mia e la sua, di questa terra.
Mascherata da una perfida neutralità, l’indifferenza elvetica a sua volta ha generato un duplice orizzonte di squallore: sotterraneo nel movimento di denaro sporco poi riciclato silenziosamente da un caveau all’altro; in superficie tra le vie e i marciapiedi, desolati al di fuori degli orari di banca.
Esattamente nel mezzo a cavallo d’ambedue sorge il mio, di squallore.
Per dodici anni ho respirato quest’aria mefitica, allungandola col fumo di nicotina tentando d’alleviarne il peso o forse accelerando, con la teatralità del gesto triadico - bocca-sigaretta-accendino -, il disfacimento mio e delle mie giornate. In tale stato di piattezza, prostrato per la profonda sciatteria del tutto, intuire l’ineluttabilità del tempo nel mio caso ha significato rassegnarsi letteralmente alla non-vita.
Così da commercialista per Cosa Nostra, mi sono trasformato in prestanome; esule in un hotel del cantone italiano, al prezzo della vita ho dato indietro tutto ed ho riavuto in cambio, non mie, una valigia e una pistola.
Ora seduto al tavolino, vicino alla finestra, in questa hall triste e affollata, osservo la barista moraocchiazzurri. Il suo corpo giovane e sensuale serve a ricordarmi, per sottrazione, le rinunce che mi permettono d’essere qui.
Contemporaneamente, in questo stato d’animo, dinanzi alla crudeltà d’ogni prospettiva, nel tourbillon di pensieri si fa strada l’orrore per la morte di vecchiaia. Lo sento aleggiarmi intorno e persuadermi al gesto.
Ci vorrebbe coraggio per una dipartita rocambolesca; sto per scriverlo sul block notes proprio mentre siedo qui intento ad osservarla, a immaginare le sue tette, frattanto che lei ignara danza sovrana, agile e snella; eppure la penna nell’ultimo tratto si ribella al comando, muovendosi in altre direzioni.
Una valigia e una pistola, ma senza valigia non c’è vita: rubarla a Cosa Nostra corrisponderebbe all’ennesima, estrema rinuncia.
Ciononostante, apparecchiato a questa decisione e finalmente sereno dopo dodici anni, salgo in camera a indossare l’abito scuro e la cravatta di porpora.
Di un’ultima cosa infatti posso star certo: nell’istante stesso in cui il destino m’avrà inghiottito, moraocchiazzurri troverà il block notes abbandonato sul tavolino.
Nell’ultimo foglio leggerà, in stampatello maiuscolo:
Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell’amore.
