Wed 26th Jul, 2006, L'uomo che non c'era

THE BARBER

Gli servivano diecimila dollari.
La faccenda si poteva rigirare in molte maniere tutte diverse, ma l’affare del lavaggio a secco richiedeva quella cifra.
Eddie era sempre stato un barbiere ma fu quando apprese della possibilità d’investire sul lavaggio a secco, dal tizio venuto da Sacramento in cerca di un finanziatore, che realizzò una volta per tutte d’avere la faccia spiaccicata sul vetro della porta incapace di ruotare la maniglia per uscirne.
Il lavaggio a secco era un investimento con capitale a rischio, tuttavia sapeva con indissolubile certezza che quello era il treno cui ci si aggrappa al volo ché passa una volta sola.
Non che fosse facile racimolare il gruzzolo, anzi occorreva un piano accurato ed efficace, ma Ed sentiva di potercela fare: avrebbe ricattato Big Dave, amante di sua moglie e direttore di un grande negozio in città; con la minaccia di spifferare la relazione clandestina ai reciproci consorti avrebbe venduto il silenzio alla modica cifra di dieci bigliettoni, tondi tondi.

It’s so easy
pensava nel mentre che le dita scivolavano sui tasti e il messaggio minatorio dattilografato spuntava, anonimo, dal rullo della sua lettera 22 lucida.
Ma davvero poteva essere così semplice?

Ed non era in grado di prevederlo, in fondo era soltanto un barbiere e nemmeno la notizia che sua moglie se l’intendesse con Big Dave, qualche anno prima, l’aveva scosso da quel torpore che come stimmate si portava appresso non sapeva manco lui da quanto.
Ora gli era capitata la palla della rivincita, per rimettersi in corsa, e dio solo sa se l’avrebbe lasciata sfuggire.

Quel giorno in barberia, per la prima volta mentre rasava la testa di un cliente, osservando il ciuffo tra pettine e macchinetta gli capitò di pensare ai capelli e rivolto al suo collega e capo sull’altra postazione disse:

- Pensavo ai capelli, continuano a spuntare e crescere. Sono parte di noi eppure li tagliamo e li gettiamo via.

Si bloccò con la sigaretta all’angolo della bocca e gli occhi fissi in un punto qualsiasi tra gli specchi del salone; poi per attenuare la cupezza della sua elucubrazione concluse piuttosto amaramente:

- Adesso prenderò questi capelli e li butterò nel secchio e si mischieranno alla spazzatura.

Senza rilassare le rughe drammatiche che si formavano sulla fronte, con uno scatto veloce del braccio tese l’asciugamano e fece al cliente il segno del servito; in quella frase probabilmente era contenuta, per intero, la sua situazione.

Fu così che infilò la giacca e si diresse verso il luogo deputato al ritiro del denaro di Big Dave; a questo punto, oltre ogni ragionevole titubanza, gli toccava mettere in pratica la prima parte del suo piano: prendere i diecimila dal lestofante ciccione adultero e portarli all’imprenditore di Sacramento, riscattando con i soldi la propria esistenza diafana.

La seconda parte, ora lo sapeva, era di uccidere Big Dave e chissà - ci avrebbe pensato dopo -, forse anche la propria moglie.

Wed 12th Jul, 2006, Una pura formalità

TORNARE SUI MIEI PASSI

Era uscito dalla porta.
Senza dire niente se n’era andato, sicuro di non tornare.
E mentre s’avviava in gran fretta verso ciò di cui sempre aveva sentito parlare e che lo attendeva là fuori si convinse d’aver fatto la cosa giusta.

Era stato partorito in un fosso, ai margini di un campo. Coi denti lei aveva tagliato il cordone, ci fece un nodo e se n’andò.
Lo chiamarono Biagio Febbraio, perché fu ritrovato in una fredda notte di febbraio ed era il giorno di San Biagio.

Sono passati trentadue calendari da quando varcò quell’uscio.
Il ragazzo s’è fatto uomo; né scienziato né dottore, uno come tanti, tanti altri. Uno scrittore.
E quando sale di nuovo sul ponte deserto che aveva attraversato quel giorno, capisce quanto la vita non si fermi e anzi paia correre nella direzione ch’è sempre contraria a quella in cui si procede; e lo vede dai dettagli: posa lo sguardo sull’asfalto della strada, e poi ne segue il tracciato con gli occhi, dalle punte dei piedi fino a dove può spingersi la sua povera vista, in fondo in fondo, dove sembra che le linee convergano e tutto si confonda insieme. Ma questo soltanto perché a confondersi sono le sue pupille, perse nella complessità di ciò che dovrebbe essergli familiare eppure è come se lo vedesse ora per la prima volta.
Vuole cogliere ogni dettaglio di ciò che ha di fronte e tutt’intorno e ancora naufraga: quando ha l’impressione di trovare un punto di riferimento noto gli pare che no, non è quello, forse mi sbaglio non era così, questo non c’era.

Quasi scende la notte e lui è ancora sul ponte, ma non sta più in piedi a rigirarsi smarrito, adesso s’è accovacciato sul marciapede vicino al parapetto e guarda in basso. Vorrebbe far penzolare le gambe attraverso la ringhiera, ma sono altri anni e poi chisseneimporta: quel che dovevo fare l’ho fatto, venire a dare un’occhiata, vedere se il tempo sia passato anche da qui. Lo è.
Ne scorre acqua sotto il ponte…tocca avere il coraggio di chiudere tutto in una scatola e legarla ad una pietra, farla andare a fondo.
Pensieri.
Non resiste all’impulso di appuntarli sul suo moleskine e mette mano alla tasca per trarre fuori una penna; passa la mano nell’altra tasca ma niente, nemmeno la penna; desiste.

Pensa: resto ancora un po’ a sedere rimirando il cielo cobalto finché a brillare non saranno le prime stelle.

Eccone là una…

Tue 11th Jul, 2006, Leon

UN NODO CORVINO

Dallo stanzino da bagno, la osservava attraverso lo specchio.
Stava stesa sul letto, avvolta nelle pieghe di un lenzuolo bianco, il corpo mollemente adagiato; ma vivo, pulsante.
Avrebbe voluto imprimerla in una istantanea visiva, plastica e ferma in quella posa altera, erotica e passionale: il carnato mulatto risaltava come decorazione a smalto sul candore del tessuto a fiorellini che pur cingendole il corpo lasciava intravedere la curvilinea perfezione del fondoschiena, il marrone scuro dei capezzoli, le linee morbide dei polpacci.
Gli occhi di lei chiusi gli permettevano di frugare a distanza e di riflesso, insinuarsi curiosamente nei più impercettibili dettagli senza perciò alterare la spontaneità del quadro, senza suscitare in lei il benché minimo movimento di palpebre o cenno d’imbarazzo.

Poi, abbassò lo sguardo.
Come a penetrarne la trasparenza prese a osservare il bicchiere sotto lo specchio e nel rapido smarrirsi della fantasia tra le macchie calcaree che regolari attraversavano la superficie del vetro spesso, fu catturato da un pensiero.
Forse un desiderio, una insostenibile brama di sillabe capaci - evaporando - di effondersi, nient’affatto invasive, nell’aria di quella piccola stanza da bagno; finché, da un’eco lontana, gli capitarono in mente quelle femminili infantili, candide sognanti:

(silenzio)

Mi sono innamorata di te.
Lo sento tutto qui, nello stomaco: c’era come un nodo; e ora, d’improvviso, il nodo s’è sciolto.

Ad accompagnarle due occhi languidi e neri, sotto un caschetto liscio e corvino.

E a lui viene quasi la candela al naso, per la commozione.

Mon 10th Jul, 2006, Alì

CAMPIONI DEL MONDO!

Il fatto: L’Italia vince la finale del mondiale di calcio Germania 2006 
 

Un rigore contro dopo appena tre minuti: Malouda infila in velocità Cannavaro e Materazzi a braccia alzate lo mette giù. Nettissimo.

Dal dischetto Zidane suona la marsigliese delle beffe: pallone che scheggia la traversa interna; in diretta sembra fuori, al ralenty entra di oltre mezzo metro.

Bestemmie nel belpaese.

Segue il silenzio di chi cova orgoglio: un avvio in salita, è vero, ma noi non siamo il Portogallo.

Al primo corner battuto da Pirlo, Materazzi schiaccia quella palla che Barthez - per rimetterla al centro - deve raccattare in fondo al sacco; si ricomincia da qui.

E’ una gioia per gli occhi, salvo qualche eccellente incursione del velocissimo Henry, vedere gli azzurri dominare a meraviglia il campo almeno nei primi quarantacinque minuti; sessantun percento il possesso palla dopo la prima frazione di gara.

Poi un gran legno di Toni e un gol annullato a Grosso sul filo del fuorigioco.

Infine costretti a rifiatare e difenderci per tutto il secondo tempo e i supplementari, approdiamo ai liberatori rigori: perfetti; cinque su cinque e David Trezeguet sbagliando il suo ci consegna de manu il trofeo.

Riconciliarsi con una vittoria mondiale dopo un divorzio durato ventiquattro anni, e farlo con un calcio che non pare più neanche genealogicamente prossimo a quello dei Paolo Rossi, degli Zoff e dei Tardelli. Farlo in una sera berlinese, a tre giorni dalla sentenza di calciopoli, nella selezione dei grandi assenti, dei sostituti Grosso-Toni-Perrotta-Gilardino e Iaquinta; farlo quindi in un clima da anno zero laddove in precedenza tanti hanno fallito con giocatori sulla carta tecnicamente superiori ai ventitre odierni.

Ci avevano provato Vicini e Sacchi a donare nuovo lustro alla scuola italiana ed erano giunti a un passo; quella infinitesimale distanza che ti induce a dire che sia stata tutta sfortuna in quel lontano ‘90 a portare Zenga tre metri oltre l’area piccola regalando a Caniggia l’incornata della nostra disfatta; e rogna è stata anche quattro anni dopo ché se Franco Baresi non avesse stampato sul palo quel pallone dagli undici metri, oggi il Brazil Pentacampeon non esisterrebbe e il nostro calcio costituirebbe ancora materia di studio sui manuali.
E invece sui libri di storia il nostro calcio da un po’ non c’è più: via via declassato dalle graduatorie Fifa quello che era stato il modello da esportare ed imitare adesso pareva vivere di ricordi dopo i pessimi catenacci di una mentalità antiquata e che invece a casa nostra continuava a tramandarsi nei retrogradi seguaci di Nereo Rocco: Maldini e Trapattoni.
Così tra uno scricchiolìo e l’altro dopo Usa ‘94 e nonostante un parco attaccanti che negli ultimi dieci anni ha potuto fregiarsi di fantasia e tecnica uniche al mondo, l’Italia si era rassegnata alla voce dei perdenti, quella che recrimina sfortune e torti, schemi sbagliati e pessimo stato di forma fino a sbiadire nella brutta copia di quell’eredità storica che intendeva perpetuare.

Ripartire da Marcello Lippi legato a doppio filo allo scandalo calciopoli è poi l’ultima macchia d’infamia per un paese saldamente torchiato dalla corruzione politica dilagata ad ogni livello e scoppiata anche nel calcio in quella piaga estiva che ha preceduto ed accompagnato l’avventura di Germania 2006.
Curiosamente le maglie azzurre coi numeri oro che hanno calcato i prati tedeschi, in fondo ci hanno rappresentato più di qualsiasi fotografia: Fabio Cannavaro autentico portagonfalone e capitano ha disputato forse il più alto mondiale che un difensore potrebbe disputare eppure si tratta anche di colui che nel ‘93 fu ‘beccato’ a girare filmini in infermeria mentre tra il disprezzo e l’autocommiserazione pronunciava parole come: ora potete vedere quanto facciamo schifo e giù a prestare il braccio alle iniezioni dopanti.
Gigi Buffon non avrebbe manco dovuto esserci in questa spedizione: appena dieci giorni fa messo alla berlina dagli interrogatori di Borrelli, assurgeva a protagonista fuori dal campo in quel giro sporco e implacabile di scommesse e soldi che gravita attorno agli interessi del pallone.
Lippi intrallazzato per legami di parentela con la Gea di Moggi junior viene oggi acclamato come il tecnico che ha saputo riformare un gruppo e che in mezzo a tanti nomi nuovi e giovani promesse raccoglie l’indubbia benemerenza d’aver guidato la Nazionale dei panchinari nell’empireo calcistico.

Oggi come sempre, dinanzi ai meriti sportivi l’Italia sa fermarsi e rimettere tutto in discussione adottando come peso e misura la sua splendida vocazione a rigenerarsi dalle ceneri e dalle vergogne, la leggenda di chi sa lottare e soffrire fino a toccare il fondo per dare il colpo di reni e riscattarsi; e nello scandire a parole questa favola si riesce a passar sopra anche allo squallore e al vizio, alla deturpazione etica, fino a sciamare nelle strade al grido della comunità in festa: Grazie Italia!

C’è un che di triste in tutto questo e visto con occhi diversi dai nostri potrebbe suonare come una condanna, un ceppo da cui non riusciremo mai ad affrancarci (e la spiegazione potrebbe essere antropologica…)
Forse un po’ per pigrizia un po’ per coatta attitudine agli accomodamenti, di nuovo, si preferisce rinunciare a ripulirsi del marcio che con la sua frusta ci schiocca, provvedendo da noi stessi ad alimentare quell’inno denigratorio che alla stampa internazionale piace cucirci brutalmente addosso: italiani pizza, mafia e mandolino.

Ma non sembra importarci più di tanto. A prevalere è un’ostentata fierezza e un’indubbia creduloneria: a piacerci è il mito, talora pure fasullo, dell’uomo che lavora e si fa da sé, del gruppo operaio che con sudore e nonostante gli scandali e le inchieste alla fine la spunta in barba all’anatema di Beckenbauer: sconterete la vostra calciopoli in questo torneo, psicologicamente non potrà giovarvi.

Così Cannavaro e Buffon si rivelano gladiatori ed eroi nell’arena dell’Olympiastadion e nulla c’entrano più gli episodi, il possesso palla e le occasioni, quando si preferisce credere nell’esistenza di un punto in cui tutto si azzeri e a far la differenza siano il background, la grinta, la voglia di vincere, ed esattamente come un pugile pesto messo all’angolo che ha incassato colpi durissimi per tutto l’incontro e che pure confida nella sua resistenza e volontà di prevalere si ritiene di essere i più forti in questo:

Non puoi beccare quella seconda raffica di colpi, lo sai, è lì che ti aspetto: vuoi il titolo? vuoi portare la corona dei pesi massimi? naso rotto, mascella fracassata, faccia spaccata…sei disposto a questo, sei pronto? perché hai di fronte l’uomo che morirà prima di farti vincere.

Alla fine occorre perciò fare i conti con la contraddizione: una genia creativa e insieme agonista, la nostra, capace di lottare ma anche troppo indulgente con se stessa fino al punto di calpestare qualsiasi principio fondante e rinunciare ad affrontare apertamente la realtà; e dopo l’impresa di ieri, che ha inorgoglito anche il più equanime e disinteressato abitante della Penisola, ci si arrende all’evidenza nel leggere i virgolettati dei giornali che riportano il pensiero del popolino: Lippi resta! indirizzato al tecnico di cui l’inchiesta e le udienze della giustizia sportiva (data la contingenza del mondiale) sono state stralciate dal processo che per ora imperversa su calciopoli e che lo avrebbero travolto e fatto certamente naufragare insieme alla nostra beneamata Nazionale.

E allora sorridenti, come guardando in uno specchio, sembriamo apostrofare: siamo fatti così, che ci volete fare?!

Sat 8th Jul, 2006, **esuli letterari**

ALLORA VIDI IL VOLTO DI QUELLA VOCE

(cit. da: J.L.Borges, Finzioni, ed. Einaudi)

Fermo, ad aprile.

Un orologio rotto che ha smesso di marciare, eppure il tempo marcia uguale sia che si scelga di misurarlo sia che fingendo si rinunci a farlo.
Fingere, o meglio Ficciones, in quel caleidoscopio di scambi e ricambi di borgesiana memoria; una messe di ricordi custoditi abominevolmente in una scatola d’osso, pronti a saltar fuori nel momento sbagliato: quando meno si vorrebbe.

Funes assurge a simbolo di tutto questo.

Per diciannove anni aveva vissuto come chi sogna: guardava senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava tutto, o quasi tutto. Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e banali. Poco dopo s’accorse della paralisi; la cosa appena l’interessò; ragionò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.
Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini di una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho.

E quando accade, alza la voce; nello scandire imprecazioni o monosillabi prova quel ludico massacro: un suono che tenti di coprire e distrarre la mente da un ricordo insopportabile; impudicamente emerso esso vorrebbe riconciliarsi col presente anche se soltanto in forma di discorso indiretto; mentre l’uomo s’oppone, purtuttavia dando luogo all’effetto opposto.
Già il solo volgere la mente altrove proferendo qualcosa d’altro che distolga, conduce in porto lo scopo del souvenir: dal passato ora nel presente sotto forma non più di memoria ma di suono e quindi d’azione (seppure per semplice contrasto): una lingua che batte nel palato e vibra nell’afflato produce sibilo e a un fonema ne segue un altro finché tutti, contigui, non articolano il discorso.
Ora il discorso non è il ricordo, ma ciò che contro di esso lotta onde scacciarlo di nuovo negli anditi meno frequentati della memoria, sperando alla lunga di avere la meglio magari condannandolo a giacere dimenticato - col tempo e nel tempo - al cospetto del resto.

Eppure, di nuovo, il prodursi di un siffatto travaglio ha sancito la vittoria di quella rimembranza che, pure per un attimo, perdura nel suo vivere.