Un rigore contro dopo appena tre minuti: Malouda infila in velocità Cannavaro e Materazzi a braccia alzate lo mette giù. Nettissimo.
Dal dischetto Zidane suona la marsigliese delle beffe: pallone che scheggia la traversa interna; in diretta sembra fuori, al ralenty entra di oltre mezzo metro.
Bestemmie nel belpaese.
Segue il silenzio di chi cova orgoglio: un avvio in salita, è vero, ma noi non siamo il Portogallo.
Al primo corner battuto da Pirlo, Materazzi schiaccia quella palla che Barthez - per rimetterla al centro - deve raccattare in fondo al sacco; si ricomincia da qui.
E’ una gioia per gli occhi, salvo qualche eccellente incursione del velocissimo Henry, vedere gli azzurri dominare a meraviglia il campo almeno nei primi quarantacinque minuti; sessantun percento il possesso palla dopo la prima frazione di gara.
Poi un gran legno di Toni e un gol annullato a Grosso sul filo del fuorigioco.
Infine costretti a rifiatare e difenderci per tutto il secondo tempo e i supplementari, approdiamo ai liberatori rigori: perfetti; cinque su cinque e David Trezeguet sbagliando il suo ci consegna de manu il trofeo.
Riconciliarsi con una vittoria mondiale dopo un divorzio durato ventiquattro anni, e farlo con un calcio che non pare più neanche genealogicamente prossimo a quello dei Paolo Rossi, degli Zoff e dei Tardelli. Farlo in una sera berlinese, a tre giorni dalla sentenza di calciopoli, nella selezione dei grandi assenti, dei sostituti Grosso-Toni-Perrotta-Gilardino e Iaquinta; farlo quindi in un clima da anno zero laddove in precedenza tanti hanno fallito con giocatori sulla carta tecnicamente superiori ai ventitre odierni.
Ci avevano provato Vicini e Sacchi a donare nuovo lustro alla scuola italiana ed erano giunti a un passo; quella infinitesimale distanza che ti induce a dire che sia stata tutta sfortuna in quel lontano ‘90 a portare Zenga tre metri oltre l’area piccola regalando a Caniggia l’incornata della nostra disfatta; e rogna è stata anche quattro anni dopo ché se Franco Baresi non avesse stampato sul palo quel pallone dagli undici metri, oggi il Brazil Pentacampeon non esisterrebbe e il nostro calcio costituirebbe ancora materia di studio sui manuali.
E invece sui libri di storia il nostro calcio da un po’ non c’è più: via via declassato dalle graduatorie Fifa quello che era stato il modello da esportare ed imitare adesso pareva vivere di ricordi dopo i pessimi catenacci di una mentalità antiquata e che invece a casa nostra continuava a tramandarsi nei retrogradi seguaci di Nereo Rocco: Maldini e Trapattoni.
Così tra uno scricchiolìo e l’altro dopo Usa ‘94 e nonostante un parco attaccanti che negli ultimi dieci anni ha potuto fregiarsi di fantasia e tecnica uniche al mondo, l’Italia si era rassegnata alla voce dei perdenti, quella che recrimina sfortune e torti, schemi sbagliati e pessimo stato di forma fino a sbiadire nella brutta copia di quell’eredità storica che intendeva perpetuare.
Ripartire da Marcello Lippi legato a doppio filo allo scandalo calciopoli è poi l’ultima macchia d’infamia per un paese saldamente torchiato dalla corruzione politica dilagata ad ogni livello e scoppiata anche nel calcio in quella piaga estiva che ha preceduto ed accompagnato l’avventura di Germania 2006.
Curiosamente le maglie azzurre coi numeri oro che hanno calcato i prati tedeschi, in fondo ci hanno rappresentato più di qualsiasi fotografia: Fabio Cannavaro autentico portagonfalone e capitano ha disputato forse il più alto mondiale che un difensore potrebbe disputare eppure si tratta anche di colui che nel ‘93 fu ‘beccato’ a girare filmini in infermeria mentre tra il disprezzo e l’autocommiserazione pronunciava parole come: ora potete vedere quanto facciamo schifo e giù a prestare il braccio alle iniezioni dopanti.
Gigi Buffon non avrebbe manco dovuto esserci in questa spedizione: appena dieci giorni fa messo alla berlina dagli interrogatori di Borrelli, assurgeva a protagonista fuori dal campo in quel giro sporco e implacabile di scommesse e soldi che gravita attorno agli interessi del pallone.
Lippi intrallazzato per legami di parentela con la Gea di Moggi junior viene oggi acclamato come il tecnico che ha saputo riformare un gruppo e che in mezzo a tanti nomi nuovi e giovani promesse raccoglie l’indubbia benemerenza d’aver guidato la Nazionale dei panchinari nell’empireo calcistico.
Oggi come sempre, dinanzi ai meriti sportivi l’Italia sa fermarsi e rimettere tutto in discussione adottando come peso e misura la sua splendida vocazione a rigenerarsi dalle ceneri e dalle vergogne, la leggenda di chi sa lottare e soffrire fino a toccare il fondo per dare il colpo di reni e riscattarsi; e nello scandire a parole questa favola si riesce a passar sopra anche allo squallore e al vizio, alla deturpazione etica, fino a sciamare nelle strade al grido della comunità in festa: Grazie Italia!
C’è un che di triste in tutto questo e visto con occhi diversi dai nostri potrebbe suonare come una condanna, un ceppo da cui non riusciremo mai ad affrancarci (e la spiegazione potrebbe essere antropologica…)
Forse un po’ per pigrizia un po’ per coatta attitudine agli accomodamenti, di nuovo, si preferisce rinunciare a ripulirsi del marcio che con la sua frusta ci schiocca, provvedendo da noi stessi ad alimentare quell’inno denigratorio che alla stampa internazionale piace cucirci brutalmente addosso: italiani pizza, mafia e mandolino.
Ma non sembra importarci più di tanto. A prevalere è un’ostentata fierezza e un’indubbia creduloneria: a piacerci è il mito, talora pure fasullo, dell’uomo che lavora e si fa da sé, del gruppo operaio che con sudore e nonostante gli scandali e le inchieste alla fine la spunta in barba all’anatema di Beckenbauer: sconterete la vostra calciopoli in questo torneo, psicologicamente non potrà giovarvi.
Così Cannavaro e Buffon si rivelano gladiatori ed eroi nell’arena dell’Olympiastadion e nulla c’entrano più gli episodi, il possesso palla e le occasioni, quando si preferisce credere nell’esistenza di un punto in cui tutto si azzeri e a far la differenza siano il background, la grinta, la voglia di vincere, ed esattamente come un pugile pesto messo all’angolo che ha incassato colpi durissimi per tutto l’incontro e che pure confida nella sua resistenza e volontà di prevalere si ritiene di essere i più forti in questo:
Non puoi beccare quella seconda raffica di colpi, lo sai, è lì che ti aspetto: vuoi il titolo? vuoi portare la corona dei pesi massimi? naso rotto, mascella fracassata, faccia spaccata…sei disposto a questo, sei pronto? perché hai di fronte l’uomo che morirà prima di farti vincere.
Alla fine occorre perciò fare i conti con la contraddizione: una genia creativa e insieme agonista, la nostra, capace di lottare ma anche troppo indulgente con se stessa fino al punto di calpestare qualsiasi principio fondante e rinunciare ad affrontare apertamente la realtà; e dopo l’impresa di ieri, che ha inorgoglito anche il più equanime e disinteressato abitante della Penisola, ci si arrende all’evidenza nel leggere i virgolettati dei giornali che riportano il pensiero del popolino: Lippi resta! indirizzato al tecnico di cui l’inchiesta e le udienze della giustizia sportiva (data la contingenza del mondiale) sono state stralciate dal processo che per ora imperversa su calciopoli e che lo avrebbero travolto e fatto certamente naufragare insieme alla nostra beneamata Nazionale.
E allora sorridenti, come guardando in uno specchio, sembriamo apostrofare: siamo fatti così, che ci volete fare?!