INVIATO AL FRONTE
Raccontare significa sottoporre al vaglio profondo il non-detto e poi esperirlo sulla propria pelle.
Sicché il reporting, l’atto di vergare nero su bianco la porzione di vita narrabile, per un giornalista equivale alla salda presa di coscienza verso un’azione che sia insieme di testimonianza e di rinuncia; rinunciare a dire tutto ciò che si vede, ammettendo un fuori che si tace: fuori dai bordi di una fotografia da premio Pulitzer, fuori dai margini dei caratteri fittamente incolonnati nel menabò.
È allora, compresa questa prospettiva, che bordi margini cornici e spazi bianchi si fanno paratesto, parte essenziale del discorso.
Quest’al di fuori di pagine intonse, asilo d’impercettibile afasia, dimostra una volta ancora come il linguaggio, scritto o fotografico, non sia mero veicolo di informazione, bensì esso stesso cardine del racconto; succoso frutto di selezione al servizio d’un piccolo frammento d’universale che si voglia tramandare lontano; mai oggettivo.
Di questo mi resi conto di persona, durante la seconda campagna americana nel Golfo.
Giunto a Baghdad come freelance, mi aggiravo per le vie meno battute sicuro che la mia sola stella polare sarebbero stati i precetti della scuola dell’immortale Capa: if your pictures aren’t good enough, you’re not close enough, oltre a quelli di Kapuscinski e dei mostri sacri.
Tuttavia più si accumulavano i giorni più mi accorgevo di non possedere nessuna delle qualità che la pratica di questo mestiere, in un settore così estremo, richiede.
Mi mancava il distacco, l’audacia, perfino il disincanto, al punto che tutto l’ardore precedente la partenza, d’un colpo parve sopito e mi convinsi di lasciare.
Uno dei miei ultimi giorni a Nassiryia, alcune decine di soldati della compagnia presso cui ero di stanza, ricevettero l’ordine di via libera per un imminente rientro in patria.
Questi giovani militari avrebbero preso la strada di casa mentre altrettanti, loro coetanei, stavano per rimpiazzarli.
Intervistai un tenente, poco meno che trentenne, e nel rituale di domande ci fu anche quella sulle impressioni che gli suscitasse l’idea del ritorno.
Nella risposta il suo viso disegnò un sorriso anche dagli occhi e lo fece con aperta franchezza:
i miei pensieri…vanno ai capezzoli eretti, alle eiaculazioni notturne, alle fantasie dell’immensa scopata al ritorno a casa. Sono proprio contento di essere vivo e tutto d’un pezzo.
Certo: sto in un mondo di merda, ma non ho più paura.
Osservandolo bene negli occhi, pensai a cosa sarebbe stata la vita di questo ragazzo nel suo Oregon, se Bush, Saddam ed Enron non fossero mai esistiti.
