DICO, SI’ LO VOGLIO

Il fatto: ieri a Roma due manifestazioni contrapposte hanno sfilato rispettivamente a Piazza S.Giovanni per il Family Day e a Piazza Navona per il Coraggio Laico. Carosello di sorrisi e striscioni per riaffermare principi etici e sociali che stranamente assumono connotazione partitica.

Una magnifica vignetta di Vauro, sulla prima pagina de Il Manifesto, è bastata a far spiccare per intero l’ipocrisia del Family Day nell’attuale momento politico italiano.
In una fase di stallo e d’instabilità, con una sinistra sempre più divisa e litigiosa su quella che dovrebbe essere la nuova identità del Partito Democratico, e una destra frazionata tra anime cattoliche, Lega Nord e Alleanza Nazionale, ad approfittarne è stato il Vaticano per una nuova pesante ingerenza sulla vita pubblica e sulla scena politica di questo paese.
Per mezzo di una sapiente orchestrazione, saggiamente denominata io gratto la schiena a te se tu la gratti a me, Benedetto XVI per la gioia di Monsignor Bagnasco ha portato ventiseimila parrocchie in piazza a tener bordone al più ottuso e anacronistico conservatorismo di cui la CdL e l’ala cattolica dell’Ulivo si stanno dimostrando fervidi assertori.

Confondere una prova di forza di una maggioranza di persone con il dettato politico di quel mandato che presuppone integrità ed equidistanza morale, significa perpetrare ulteriori discriminazioni nei confronti di centinaia di migliaia di coppie di fatto italiane, siano esse gay o meno, ad oggi non ancora giuridicamente tutelate.
Se non fosse chiaro, ciò equivale all’ennesimo atto barbaro di una politica incapace di perseguire e proteggere gli interessi di tutti a cominciare da quelli più facilmente negati: i diritti delle minoranze.

Ed è proprio la vignetta di Vauro a mandare su tutte le furie quel signor B., sedicente comunicatore; il primo a commettere l’errore di presentarsi ai microfoni con una copia del giornale onde spiattellare in piazza il suo finto sdegno e la morale bigotta del Family Day sostenuto da una Chiesa che patrocina valori cristiani e al contempo finisce quotidianamente al centro di casi di pedofilia ad opera dei suoi togati officianti.

Festa e rabbia, riprovazione e violenza surrettizia, poi striscioni colorati: Pierferdy Casini viene immortalato con la sua solita espressione ebete, mentre sorride, e un palloncino azzurro nella mano destra; Mastella si regala alla folla con strette di mano e larghi cenni di braccia come fosse un beniamino al cospetto dei fans; Calderoli vomita schifezze guadagnandosi la stizza dell’Arcigay.
In mezzo a tutto questo, c’è spazio per la patetica esibizione di mogli e figli, dinanzi alla voracità delle telecamere.
Spontanea parrebbe la domanda: sarebbe questa macchinazione fintomoralizzante a dover dimostrare la forza di un sacramento via via sempre più bistrattato?

Tra il disgusto di massa, è legittimo cominciare a pensarla come quel tale: due persone si innamorano, vivono insieme e poi all’improvviso, un giorno, non hanno più niente da dirsi. Insomma, non riescono più a trovare un argomento valido di cui parlare, e sono presi dal panico.
Poi, un lampo di genio: al fidanzato viene in mente che c’è un modo per uscire da questa impasse… lui chiede alla sua amata di sposarlo. Da quel momento, avranno qualcosa di cui parlare per il resto della loro vita.

Sun 6th May, 2007, Arizona Dream

NESSUNO PIU’ SCRIVE POESIE

Sostituisco il sacco della pattumiera e per farlo devo legare quello usato, stracolmo.
Col caldo i rifiuti organici esalano odori disgustosi.
Qualche volta debordano, allora insieme al puzzo incombe una sensazione schifata che impedisce di toccarli per riaccomodarli dentro il secchio.

Da una singolare assonanza, scaturiscono bizzarre analogie: l’odore di gomma e di plastica si fonde a quello di carni bianche, mangimi o granaglie; e in seguito, al fresco degli enormi capannoni industriali.
Otto ore al giorno di guanti in lattice e cuffie igieniche per spennar pollame in catena di montaggio.
Quando ascolto i discorsi di progresso e futuro ripenso che non sempre a quegli operai è concessa la mascherina naso e bocca; e ai polli neppure qualche ora di luce diurna.
In ambedue i casi, negli uffici di sopra, i capi lo sanno: dopo un po’, pure al peggio ci si abitua.

Soltanto io non riesco ad adattarmi a mettere le mani nella spazzatura, ma nemmeno riesco a comperare cibi pronti, precotti, prefritti e surgelati.
Una multinazionale della cioccolata vende tavolette spacciandole per il frutto di un’antica ricetta Maya.
Poi le produce in serie utilizzando il burro di cacao come ingrediente di base; le impacchetta in carta argentata e le fa arrivare sugli scaffali dei nostri supermarket.
Il consumatore medio, iniettato di uno straordinario placebo, è capace di rintracciarvi antichi sapori.
Altri, più inclini alla sofferenza, individuano i segni inoppugnabili del declino di questa nostra civiltà.

Il sottoscritto non sa ancora per quanto, eppure da privilegiato, può permettersi lo spettacolo, dall’alto; concedendosene un pizzico di quella che insegnano sui banchi di scuola. Ironia.

Di nuovo, mi torna su l’odore dei polli, e ora penso a quanti.
Tanti, domani, prenderanno in mano un testo universitario -Rifkin- per un esame di storia.
Leggeranno di marxismo e toyotismo, efficienza e produzione.
All’inizio parrà istruttivo. O illuminante.

Riferiranno, eruditi, dell’evoluzione del lavoro; finché non vedranno l’ombra, di quei capannoni.
Quindi la cultura accademica, dinanzi alla sofferenza e allo sfruttamento umani pianificati e calcolati con minuzia per un’armonizzazione sapiente nelle tabelle dei costi e dei ricavi, parranno soltanto una sensazione olfattiva da cui liberarsi in fretta.

E ancora, sarà frattura generazionale, ché la storia è tale quando passa e si legge sui libri.
Hic et nunc, se ne trae abbastanza per esercitare -al massimo- decadente ironia.

Postilla: "mio padre diceva sempre che il lavoro è come un cappello che metti sulla testa: anche se non hai calzoni, non devi andare in giro vergognandoti del tuo sedere, finché hai un cappello sulla testa."