Sun 6th May, 2007, Arizona Dream

NESSUNO PIU’ SCRIVE POESIE

Sostituisco il sacco della pattumiera e per farlo devo legare quello usato, stracolmo.
Col caldo i rifiuti organici esalano odori disgustosi.
Qualche volta debordano, allora insieme al puzzo incombe una sensazione schifata che impedisce di toccarli per riaccomodarli dentro il secchio.

Da una singolare assonanza, scaturiscono bizzarre analogie: l’odore di gomma e di plastica si fonde a quello di carni bianche, mangimi o granaglie; e in seguito, al fresco degli enormi capannoni industriali.
Otto ore al giorno di guanti in lattice e cuffie igieniche per spennar pollame in catena di montaggio.
Quando ascolto i discorsi di progresso e futuro ripenso che non sempre a quegli operai è concessa la mascherina naso e bocca; e ai polli neppure qualche ora di luce diurna.
In ambedue i casi, negli uffici di sopra, i capi lo sanno: dopo un po’, pure al peggio ci si abitua.

Soltanto io non riesco ad adattarmi a mettere le mani nella spazzatura, ma nemmeno riesco a comperare cibi pronti, precotti, prefritti e surgelati.
Una multinazionale della cioccolata vende tavolette spacciandole per il frutto di un’antica ricetta Maya.
Poi le produce in serie utilizzando il burro di cacao come ingrediente di base; le impacchetta in carta argentata e le fa arrivare sugli scaffali dei nostri supermarket.
Il consumatore medio, iniettato di uno straordinario placebo, è capace di rintracciarvi antichi sapori.
Altri, più inclini alla sofferenza, individuano i segni inoppugnabili del declino di questa nostra civiltà.

Il sottoscritto non sa ancora per quanto, eppure da privilegiato, può permettersi lo spettacolo, dall’alto; concedendosene un pizzico di quella che insegnano sui banchi di scuola. Ironia.

Di nuovo, mi torna su l’odore dei polli, e ora penso a quanti.
Tanti, domani, prenderanno in mano un testo universitario -Rifkin- per un esame di storia.
Leggeranno di marxismo e toyotismo, efficienza e produzione.
All’inizio parrà istruttivo. O illuminante.

Riferiranno, eruditi, dell’evoluzione del lavoro; finché non vedranno l’ombra, di quei capannoni.
Quindi la cultura accademica, dinanzi alla sofferenza e allo sfruttamento umani pianificati e calcolati con minuzia per un’armonizzazione sapiente nelle tabelle dei costi e dei ricavi, parranno soltanto una sensazione olfattiva da cui liberarsi in fretta.

E ancora, sarà frattura generazionale, ché la storia è tale quando passa e si legge sui libri.
Hic et nunc, se ne trae abbastanza per esercitare -al massimo- decadente ironia.

Postilla: "mio padre diceva sempre che il lavoro è come un cappello che metti sulla testa: anche se non hai calzoni, non devi andare in giro vergognandoti del tuo sedere, finché hai un cappello sulla testa."