LA CHIAMANO LEZIONE DI SERIETA’
Il fatto: lungo discorso del Ministro degli Esteri che si appella all’art. 11 della Costituzione per richiamare il suo uditorio al ruolo che l’Italia s’è scelta, contrario alla guerra ma nel pieno rispetto degli equilibri politico-economici internazionali. La domanda era, volete la base di Vicenza? Vogliamo continuare ad appoggiare la politica mondiale americana? Centotrenta elettori del centrodestra favorevoli hanno votato contrario e due elettori della sinistra radicale contrari hanno votato secondo coscienza, costringendo il governo alla caduta e monsignor Romano Prodi alle dimissioni.
Bologna è decorata a festa. Colonne di vigili sui viali, ricetrasmittenti alla mano, seguono il corteo della visita di Napolitano. Palazzo Accursio, sede comunale, ha vestito i drappi rossi porpora, preparandosi alla visita di passione cuore e colore di un Presidente che ne apprezzerebbe la mise.
Niente però è come sembra e d’un tratto si materializzano gli spettri: è sufficiente un discorso di Massimo D’Alema, sapiente serio ed arguto almeno stando agli ignobili ricamini del fondo di Galli della Loggia sul Corriere della Sera, a porre in atto il punto di non ritorno. Non ritorno di sinistre al governo.
L’unico a tornare è proprio Napolitano che annulla la visita ufficiale e volta i tacchi verso il suo Colle, per ricevere le rassegnazioni di mortadella.
Così nelle chiacchiere e nella bagarre, nel baillame di accuse e di affibbiamento colpe che, come di consueto, precede la nuova spartizione di poltrone tra stormi d’avvoltoi, si prende atto della triste conclusione di un altro ciclo politico, ad opera di una coalizione storicamente mai coesa.
Impossibile ignorare che, di nuovo, la figura principe che si staglia sul fondo della disfatta sia quella del retore coi baffetti, tanto caro all’arco che dal centro va alla destra e parimenti inviso alla base massimalista di sinistra. E mentre si deglutisce il fiasco, con l’orrore di un possibile ritorno nella melma del berlusconismo, risuonano echi tremende.
Dati i precedenti, da scettici, la tentazione pare quella dell’ammettere che a ben vedere non avrebbe potuto essere altrimenti. Avrebbe potuto, quello sì, essere l’anno del signor B. a casa, del primo governo seriamente riformista, di Pacs e liberalizzazioni necessarie; al contrario sono stati nove mesi di vorrei ma non posso.
Oggi, ad essere obiettivi - su questi 281 giorni - tutt’al piu’ si potrebbe riconoscere al volitivo Prodi d’essere riuscito ad assemblare una maggioranza risicata, quella di quanti non intendevano per nessuna ragione che quel sorriso a trentadue denti con processi tuttora a carico tornasse a governare; una maggioranza in grado, per un tal nobile fine, di turarsi il naso pagando qualsiasi prezzo ideologico.
O quasi.
Perché la politica in Italia si fa così, da oltre cinquant’anni votiamo contro.
In fondo, che B. tornasse ai suoi lugubri spazi declamatori non lo volevano e non lo vogliono neppure i suoi, ridotti a nascondersi come parassiti nei piu’ vieti anfratti del circo parlamentare, giusto nei panini del Tg1, ove continuano e continueranno a balbettare menzogne a ruota libera; menzogne utili ad imbonire, ch’è la chiave di governo secondo questi presunti comunicatori.
Il resto è il resto di niente: esattamente come nove mesi fa raccogliamo macerie. Della vigilia post elettorale del 9 aprile rimane un eventuale Prodi-bis, debole ricattabile inservibile, piu’ di quanto non lo fosse quello già ampiamente frazionato sui Dico, sul conflitto d’interessi, sulla guerra in Afghanistan ecc. ecc.
Resta inoltre l’opzione elezioni anticipate, in ogni caso succubi di una legge truffa che il centrosinistra impegnato altrove non ha avuto il coraggio e la forza di cambiare.
E resta anche la pia illusione di stare vivendo una temperie politicamente singolare, un importante momento storico se visto attraverso il sensazionalismo dei media.
Nulla di piu’ falso.
Viviamo l’incubo circolare dell’eterna altalena, di quell’alternanza puzzolente che ci lega senza soluzione di continuità a governanti ipocriti e corrotti.
Dunque, avrebbe potuto essere, oltre che l’anno dell’Inter, anche quello della libertà perlomeno dai criminali al governo; resta invece l’anno dei fiumi di parole, su una coalizione che avrebbe dovuto cadere il giorno successivo al suo insediamento e che ci ha messo 281 giorni, stancando e trascolorando senza un vero motivo, fuorché la sua indomita assenza.
Ma il carrozzone dell’Ulivo assente lo è ormai da tempo, come lo era già da quelle coste pugliesi durante gli sbarchi clandestini del 1996, mentre il suo piu’ narciso esponente si crogiolava in tv, senza riuscire a proferir verbo né di sinistra né di civiltà.
Me li ricordo negli anni ‘70 a Roma, la FGCI: stavano tutti i pomeriggi davanti al televisore a vedere Happy Days, Fonzie! ed è questa la loro formazione politica, culturale e morale.
