ALLORA VIDI IL VOLTO DI QUELLA VOCE
Fermo, ad aprile.
Un orologio rotto che ha smesso di marciare, eppure il tempo marcia uguale sia che si scelga di misurarlo sia che fingendo si rinunci a farlo.
Fingere, o meglio Ficciones, in quel caleidoscopio di scambi e ricambi di borgesiana memoria; una messe di ricordi custoditi abominevolmente in una scatola d’osso, pronti a saltar fuori nel momento sbagliato: quando meno si vorrebbe.
Funes assurge a simbolo di tutto questo.
Per diciannove anni aveva vissuto come chi sogna: guardava senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava tutto, o quasi tutto. Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e banali. Poco dopo s’accorse della paralisi; la cosa appena l’interessò; ragionò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.
Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini di una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho.
E quando accade, alza la voce; nello scandire imprecazioni o monosillabi prova quel ludico massacro: un suono che tenti di coprire e distrarre la mente da un ricordo insopportabile; impudicamente emerso esso vorrebbe riconciliarsi col presente anche se soltanto in forma di discorso indiretto; mentre l’uomo s’oppone, purtuttavia dando luogo all’effetto opposto.
Già il solo volgere la mente altrove proferendo qualcosa d’altro che distolga, conduce in porto lo scopo del souvenir: dal passato ora nel presente sotto forma non più di memoria ma di suono e quindi d’azione (seppure per semplice contrasto): una lingua che batte nel palato e vibra nell’afflato produce sibilo e a un fonema ne segue un altro finché tutti, contigui, non articolano il discorso.
Ora il discorso non è il ricordo, ma ciò che contro di esso lotta onde scacciarlo di nuovo negli anditi meno frequentati della memoria, sperando alla lunga di avere la meglio magari condannandolo a giacere dimenticato - col tempo e nel tempo - al cospetto del resto.
Eppure, di nuovo, il prodursi di un siffatto travaglio ha sancito la vittoria di quella rimembranza che, pure per un attimo, perdura nel suo vivere.
