LA BARZELLETTA DEI MATTI

C’è una freddura che circola tra i matti: quando alla sera il manicomio serra le entrate, la domanda è: Da che parte si chiudono le porte?

L’istituto è un edificio fatiscente, con ampio giardino sul retro; dentro non mi fanno entrare - non sono un parente -, pertanto il regolamento mi consente di accedere nel cortile all’aperto tassativamente durante l’orario di visita. Questo cortile è un’area recintata il cui limite invalicabile è segnato da grate metalliche e alte inferriate: se sai dove ti trovi bastano due passi là in mezzo ad insinuarti un inesprimibile sentore d’inquietudine e ansietà.
Segni e sintomi convergono a suggerirti inequivoca l’aria del penitenziario, ma qualcuno ci tiene a dire che non sia la stessa cosa: qui non ci sono muri ciechi né guardie armate e si riesce a vedere di fuori un passo oltre il reticolato, il mondo civile - vicino, vicinissimo.

Da lontano riconosco il Militina scompostamente appartato su una panchetta, tutto intento a trafficare con ritagli di giornali e a strappare repentinamente intere pagine di libri conservandole nelle tasche della giacca consunta; nell’avvicinarmi focalizzo l’attenzione sul suo aspetto fino a ricavarne una tristezza invasiva: occhi cerchiati, barba mal rasata, palmi e unghie nere di polvere e petrolio a stampa. Dall’ultima volta mi appare perfino più vecchio, quasi che la sua cinquantina abbia bruciato vent’anni di troppo nell’indifferenza degli amici e dei compagni impegnati là fuori; un passo oltre il recinto.
Quando gli sono davanti lo chiamo per nome e tuttavia sprofondato nel suo daffare non s’accorge e prosegue a farfugliare sottovoce. In mezzo alla litania di microsuoni incomprensibili irrompono la mia voce e il mio saluto: ciao Militina…, fintantoché il suo viso si illumina, alzando gli occhi.

In principio mi guarda soltanto, poi senza proferire verbo, estrae dalla tasca un articolo di giornale mal ritagliato e con una risata secca e fragorosa che gli piega il labbro sottile, me lo passa; sopra in evidenza c’è la foto di un enorme scimpanzé, la notizia riporta: zoo di Stoccolma, scimmia crede davvero di essere un uomo.
- Povera bestia - gli dico con un sorriso, senza pensarci.

Mi metto seduto accanto a lui e per un po’ parliamo: mezze frasi senza costrutto, giusto per vincere l’imbarazzo del tempo che passa e mascherare la vita miserabile di lui qui dentro e di noialtri fuori.
Eravamo colleghi alla Ban; entrambi operai specializzati alla catena di montaggio: una vita spesa dietro al cottimo, alla sveglia delle quattro di mattina - dalla periferia della città - e al ritorno a casa quand’era già buio.
Fino al giorno in cui lui afferra per il camice l’ingegnere e lo stringe e si dimena trascinandolo e urlando: me lo vuole dire che cazzo si fabbrica in questa fabbrica! e quasi lo ammazza se non glielo levano da sotto.
A portarci via sono stati il materialismo storico e dialettico e la dottrina del partito; a portarci via sono stati anche l’insoddisfazione di un’esistenza schiavizzata con l’unica certezza della saturazione fisica e mentale per quel denaro necessario all’acquisto di frigoriferi, lavatrici, automobili e beni di largo consumo; tutto ciò non disgiunto dalle condizioni di lavoro disumane ha fatto sì che piano piano, si dilavasse oltre allo scopo stesso del denaro anche il nostro, e nessuno tra noi ha potuto o voluto rendersi conto.
Il suo cervello se n’è scappato giovane e l’hanno rinchiuso qui dentro, io ho perso un dito e m’hanno cassintegrato.

Tutt’a un tratto mi chiede se giù alla fabbrica i compagni parlino ancora di lui, e in tono rassicurante provo a spiegargli che parlano, parlano, è ancora un simbolo.
Poi con una punta di grande disincanto, senza un filo di rabbia mi dice che c’è sempre la storia del però:

- Significa che parlano bene, però a un certo momento quando il discorso è finito, t’appiccicano il però e allora giu’ a distruggere.
Eh li conosco io, i compagni!

Silenzio.

Adesso che gli siedo accanto capisco quanto poco sia interessato alla mia visita: come un bimbo affaccendato tra i suoi giocattoli gira la testa altrove e seguita a strappar pagine e scribacchiare con la biro blu su di un foglietto.
Forse sono più interessato io a domandargli qualcosa, ma in fondo non so cosa.
Mi guardo intorno in questo bordello, in cui si odono grida, imprecazioni e bestemmie; poi con un gesto istintivo, quasi filiare, gli accomodo il bavero della giacca sollevato, ripiegandoglielo nel suo verso.