Fri 1st Jun, 2007, Professione: Reporter

LETTERA AD UN AMICO, LONTANO

Orio al Serio, 3 marzo 2007

 

Grande J.,

mi rendo conto che durante l’ultima email sono stato piuttosto noioso. Noioso come accade a chi parli di un proprio momento, unico specchio profondo di se stesso e delle sue aspirazioni e in ciò trascuri l’incomunicabilità e l’inconoscibilità soggiacenti al rapporto con gli altri.
Inconoscibilità, oltre ogni ermetismo, significa quel momento in cui vorremmo pervenire al fondo del corpo che abitiamo, comunque scorgendo la profondità pressoché infinita di quest’ultimo, in grado di sorprenderci puntualmente.
Non otteniamo di conoscere completamente noi stessi e per converso, inspiegabilmente, diamo per scontato di sapere tutto degli altri, in un processo di semplificazione che giunge a menomare irrimediabilmente il mondo delle possibilità che avremmo innanzi.

E questo, se ci pensi, è uno degli equivoci più gravi insiti nei rapporti umani.

Un tema che mi è tornato in mente rivedendo, dopo anni, *Professione: reporter*. Il viaggio del videogiornalista Locke, al fondo di se stesso, è un viaggio doloroso e tragico, come quello degli eroi dell’Iliade.
Locke me lo immagino come Achille, bardato di certezze fintanto che, per caso, un’incrinatura gliele faccia crollare tutte di colpo, cedendo il posto ad un acuto senso di spaesamento.
Ed è così che spogliato della sua identità - di nomi ereditari e panni logori (un lavoro fasullo, una moglie adultera, un posto vago nel mondo come il deserto in cui si arena la sua jeep…) - riuscirà a rinvenire se stesso e, insieme, a scorgere l’ultima barriera invalicabile scoprendo sulla propria pelle che siamo esseri dotati di psiche: nostro malgrado, in grado di porre molte più domande di quante possano trovar risposta nella condizione umana.
Locke conosce bene quanto vuole rifuggire, e tuttavia altrettanto presto si renderà conto di come, oltre le gabbie sociali e al di fuori di esse, nulla si possa trovare se non la solitudine, lo smarrimento senza mèta e infine, la morte.

Davvero questo film è nostro, F.
Una spietata riflessione sull’esistenza e l’identità, amara quanto l’ammissione di una vita scandita dalla fuga: fuga da copioni già scritti e cuciti frettolosamente addosso, fuga dalla protezione dell’identità sociale, costruita sin dalla nascita e registrata all’anagrafe.
Pensando a questo tema rivivo, non senza un brivido, i precetti filosofici di Ruggero Bacone: sovente l’ottusità dei nomi sa dimostrarsi capace di trasformarsi in simulacro delle cose, al punto di nascondercele.
E ciò vale, of course, non solo per i nomi che diamo alle cose, ma troppo frequentemente anche per quelli che affibbiamo alle persone (e qui potrei citarti ancora
*Smoke*, una bella sequenza in cui il noto scrittore entra nella tabaccheria per una scatola dei suoi sigari preferiti e si stupisce di una reflex 35mm sul bancone: "Qualcuno deve averla dimenticata"; costui non si figura neppure un istante che possa appartenere ad Auggie, il tabaccaio: ai suoi occhi quello è soltanto "il tabaccaio", non potrebbe mai rivelarsi niente di diverso…)

Ma, dicevo, raschiando i nomi e gli abiti cuciti sopra le cose, possiamo ricavarne la vera essenza. Delle cose, e la nostra.
E tuttavia vogliamo davvero farlo? La risposta atterrisce, perché come accade a Locke, essa ci riserverebbe soltanto una solitudine terribile, consegnandoci ad un autentico stato di sospensione: mollemente adagiato sul prato, Locke rivolto alla ragazza catalana domanda:
"che cazzo ci fai qui con me?"; lo chiede due volte, retoricamente, a sottendere una esplorazione che non potrebbe essere altrimenti che individuale, dacché le tragedie dovendo congiungersi inevitabilmente con la morte, prediligono protagonisti solitari.
Uomini solitari.

La ragazza risponde con una ulteriore domanda: "quale dei tuoi ‘me’ sta parlando?", e lui di rimando: "il solo ‘me’ che conosco, l’unico".
In una sola battuta Antonioni (cosceneggiatore), volendo rintuzzare decenni di psicologia di personalità doppie e triple per riportarci magistralmente nel terreno dell’esistenzialismo, racchiude una delle poche certezze che ci restano e contro la quale finanche la ricerca di Locke ha dovuto scontrarsi: la transitorietà umana come legge profonda che ci governa e dinanzi alla quale la nostra arma - e insieme il nostro punto di vulnerabilità - consistono nella pervicace volontà di conoscere e analizzare noi stessi, mentre infimi appaiono i nostri sforzi a cospetto del sottilissimo filo che ci lega al mondo.

Un filo appunto. Puoi invero assumere l’identità che preferisci, lottare e raggirare le regole sociali e il diritto positivo, ma non riuscirai a eludere la tua condizione biologica, a dispetto di qualunque stato di consapevolezza tu possa aver raggiunto…
ed è a questo punto che Locke-Robertson ha concluso la sua fuga, l’auto lanciata a folle velocità per fuggire da quel che già conosce può frenare; il viaggio è terminato e stavolta egli può stendersi sul letto non più mollemente ma del tutto abbandonato: avendo trovato se stesso e impotente dinanzi all’incurante moto delle stagioni (di leopardiana memoria) e delle circostanze, costui attende da un balcone/finestra aperto sul mondo, che la vita di fuori torni a raggiungerlo.

L’ultimo eccellente ed interminabile piano-sequenza lo ricongiungerà col tutto e, ad ogni modo, senza aver scalfito minimamente la superficie dell’inconoscibilità umana.

J., ti ho scritto volentieri da questo aeroporto, nell’attesa del volo che dovrebbe portarmi un po’ più lontano da casa e, confido, sempre più vicino a me stesso.

Adesso però, il mio aereo sta per partire…

"Da cosa stai scappando?"

Voltati, dice lui, e guarda.

 

barrylyndon