Sat 23rd Sep, 2006, Caro diario

NEW ECONOMY, VECCHIA IGIENE DEL MONDO

Il fatto: Moggi appare durante un programma televisivo e declama un’ampia autodifesa ricevendo calorosi battiti di mani in studio; nel frattempo lontane da Calciopoli ma ricalcando la stessa dinamica nuove intercettazioni rivelano una fitta rete di interessi tra Telecom, Pirelli, politici e manager d’alto rango.
Tuttavia non si può parlare di scandalo, dal momento che nulla di nuovo è emerso rispetto agli scenari ampiamente tracciati dai crack di Parmalat e Cirio o dalle scalate dei furbetti del quartierino. L’obiettivo rimane il potere.

 

Viviamo una temperie difficile, per la politica, per la cultura, per l’economia, quindi in vista del futuro.
Da qualsiasi punto lo si guardi si configura un orizzonte assai desolante.

Qualcuno dà la colpa alla televisione che massificando il linguaggio ha ottenuto di plasmarlo fisiologicamente in funzione dei suoi contenitori e dei suoi spot, inghiottendo il giudizio critico della gente.
Qualcun altro accusa la politica che malversa ininterrottamente da un tempo che sembra duri secoli.

Contemporaneamente il feticismo delle merci e dei corpi, nel suo dilagare, pare aver trionfato su tutto. La prostituzione che prima avveniva solo per strada, ora avviene ogni secondo della nostra vita tutte le volte che domandiamo lavoro, inviamo un curriculum, comperiamo un’azione di società quotate in borsa.
Molti giovani, perfino laureati, impiegati presso grandi aziende vengono sfruttati dieci ore al giorno per stipendi che gli consentono appena di campare, almeno finché non metteranno su famiglia o desidereranno comperarsi una casa. E sono i più fortunati.
Chi restituirà dignità a queste generazioni, chi rifonderà il sacrificio di queste vite?

La domanda suona retorica, occorrerebbe invece prendere atto del fatto che il signoraggio medievale non sembra scalfito dalla minima virgola; esso risulta semplicemente attualizzato.
Le ormai evidenti crepe della corruzione politica sono state affiancate da quelle altrettanto limpide della new economy e tutte insieme denunciano il degrado morale che governa la finanza, i media e tutto ciò che sia dominato da lobbies e multinazionali, da denaro e potere. Come nel milleduecento.

 

In questo percorso d’involuzione l’Italia tende ad assomigliare sempre di più agli Stati Uniti: humus per un progresso di facciata visibile soltanto sulle calcolatrici del Pil, mentre all’interno il tessuto sociale disegna una forbice sempre più allargata a separare chi naviga da chi affonda o se preferite il turista dal vagabondo per usare una fortunata espressione di Z.Bauman a proposito della globalizzazione.

Difficile stabilire quale potrebbe essere il punto di rottura, arduo anche dispensare colpe e soluzioni alla nequizia con cui top managers e rappresentanti politici seguitano a fottere chicchessia, purché al di fuori del loro stretto giro di interessi, condannando al naufragio la nave intera.

E tutto ciò, come non bastasse, con grande pulizia.

Compito ingrato quella della pulizia, ma egregiamente assolto per lor signori dal tubo catodico, secondo la premiata tradizione secondo cui la mafia delegasse a ristoranti e lavanderie l’onere del riciclaggio del denaro sporco.
Oggi Moggi può perfino apparire in trasmissione e professarsi innocente gloriandosi di quel luridume di cui s’è lordato e ricevendo applausi.

In tutti questi anni ho avuto vergogna dell’Italia, della sua gente…
Gli italiani sono uno dei popoli più condizionati e volgari del mondo. Questo paese ha così sfrenatamente voglia di ridere!
Che cosa c’è da ridere?

Intanto le linee di fuga di una tale prospettiva stentano a mostrarsi e la sopravvivenza pare appannaggio unico di alcune monadi, qui e là sparse, che sappiano e riescano a preservarsi discoste dal bordello mediatico, commerciale, pubblicitario.

E’ proprio vero che talvolta l’aspettativa migliore ci è concessa in sogno: sono felice solo in mare, nel tragitto tra un’isola che ho appena lasciato e un’altra… che devo ancora raggiungere.

 

Sat 16th Sep, 2006, 8 ½

AAA cercasi: ARTE AUTOBIOGRAFICA d’AUTORE

 

- Ma esiste un copione?! Due paginette…

Il regista si atteggia al vago e mal cela fastidio di fronte alle insistenze di scenografi, attori e rispettivi agenti, ma sguscia via con un guizzo.
Liquida con una parola sola, alle volte una battuta, oppure improvvisamente finge d’essere stato chiamato di là e s’allontana lasciando tutti sospesi.

Davvero è una faccenda incresciosa che si ripete sempre istessa, puntualmente.
Dopo il successo dei suoi primi film il produttore famelico e paterno lo tiene in stretta, pronto - è vero - a sborsare fior di denari per sfruttare il suo talento e il suo nome ma anche interessato al ricavo, perché di produzioni campa.

 

Dunque, herr director non può lesinare risposte; pur quando non maneggi che un’idea vaga del soggetto, dello sviluppo e figurarsi se abbia già in mente gli attori, le parti, il copione, nolente deve calarsi nella farsa: guarda i costumi e il rosso della stoffa non gli piace e il camice del dottore lo vuole senza bottoni; sulla location nutre qualche perplessità, ma sui volti non può permettersi esitazione: questi sono troppo giovani, non vanno bene, portamene altri.

E intanto fluttuano pruriginose visioni e presenze femminili: perdio senza carnalità non esiste ispirazione! e il via-vai d’amanti, sempre più disordinato e sadico provvede a foraggiare la fantasia sublimandosi in sequenze oniriche.

 

Fino a quando, terminato il carosello, si ripiomba nella realtà dacché il critico cui ha sottoposto il soggetto gli invia la sua corrispondenza:

Ad una prima lettura salta agli occhi che la mancanza di un’idea problematica, o se si vuole di una premessa filosofica, rende il film una suite di episodi assolutamente gratuiti; può anche darsi divertenti nella misura del loro realismo ambiguo.
Ci si domanda, cosa vogliono realmente gli autori: ci vogliono far pensare? Vogliono farci paura?

Così il gioco rivela fin dall’inizio una povertà d’ispirazione poetica… mi perdoni, questa può essere la dimostrazione più patetica che il cinema è irrimediabilmente in ritardo di cinquant’anni su tutte le altre arti.
Il soggetto, poi, non ha neanche il valore di un film d’avanguardia, benché qua e là ne abbia tutte le deficienze.

E le capricciose apparizioni di questa ragazza della fonte, che cosa vorrebbero significare? Un’offerta di purezza, di calore al suo protagonista?
Di tutti i simboli che abbondano nella sua storia questo è il peggiore!

Poi succede che tutto sconfina nel silenzio, di nuovo il regista torna solo con se stesso.
Sul set, radunati attori attrezzisti scenografi, fa scendere il buio fuori del raggio delle luci di scena.

Secco si ode il colpo di ciak.

Si gira.

Thu 14th Sep, 2006, Full Metal Jacket

INVIATO AL FRONTE

Raccontare significa sottoporre al vaglio profondo il non-detto e poi esperirlo sulla propria pelle.
Sicché il reporting, l’atto di vergare nero su bianco la porzione di vita narrabile, per un giornalista equivale alla salda presa di coscienza verso un’azione che sia insieme di testimonianza e di rinuncia; rinunciare a dire tutto ciò che si vede, ammettendo un fuori che si tace: fuori dai bordi di una fotografia da premio Pulitzer, fuori dai margini dei caratteri fittamente incolonnati nel menabò.

È allora, compresa questa prospettiva, che bordi margini cornici e spazi bianchi si fanno paratesto, parte essenziale del discorso.
Quest’al di fuori di pagine intonse, asilo d’impercettibile afasia, dimostra una volta ancora come il linguaggio, scritto o fotografico, non sia mero veicolo di informazione, bensì esso stesso cardine del racconto; succoso frutto di selezione al servizio d’un piccolo frammento d’universale che si voglia tramandare lontano; mai oggettivo.

Di questo mi resi conto di persona, durante la seconda campagna americana nel Golfo.
Giunto a Baghdad come freelance, mi aggiravo per le vie meno battute sicuro che la mia sola stella polare sarebbero stati i precetti della scuola dell’immortale Capa: if your pictures aren’t good enough, you’re not close enough, oltre a quelli di Kapuscinski e dei mostri sacri.

Tuttavia più si accumulavano i giorni più mi accorgevo di non possedere nessuna delle qualità che la pratica di questo mestiere, in un settore così estremo, richiede.
Mi mancava il distacco, l’audacia, perfino il disincanto, al punto che tutto l’ardore precedente la partenza, d’un colpo parve sopito e mi convinsi di lasciare.

Uno dei miei ultimi giorni a Nassiryia, alcune decine di soldati della compagnia presso cui ero di stanza, ricevettero l’ordine di via libera per un imminente rientro in patria.
Questi giovani militari avrebbero preso la strada di casa mentre altrettanti, loro coetanei, stavano per rimpiazzarli.

Intervistai un tenente, poco meno che trentenne, e nel rituale di domande ci fu anche quella sulle impressioni che gli suscitasse l’idea del ritorno.
Nella risposta il suo viso disegnò un sorriso anche dagli occhi e lo fece con aperta franchezza:
i miei pensieri…vanno ai capezzoli eretti, alle eiaculazioni notturne, alle fantasie dell’immensa scopata al ritorno a casa. Sono proprio contento di essere vivo e tutto d’un pezzo.
Certo: sto in un mondo di merda, ma non ho più paura.

Osservandolo bene negli occhi, pensai a cosa sarebbe stata la vita di questo ragazzo nel suo Oregon, se Bush, Saddam ed Enron non fossero mai esistiti.

Fri 8th Sep, 2006, Apocalypse Now Redux

PREPARARSI ALL’ 11/9

Il fatto: George W. Bush conferma per la prima volta l’esistenza di carceri segrete utilizzate dai servizi d’Intelligence americani per custodire e torturare i prigionieri legati ad Al Qaeda.

 

Il 12 novembre 2005 Rainews24 pubblicava per la prima volta uno straordinario dossier video provante l’uso di fosforo bianco durante il bombardamento sulla città irachena di Falluja.
Il fosforo bianco, o Willy Pete per usare il gergo dei marines, è un agente chimico simile al napalm, perciò vietato dalla convenzione di Ginevra.

La notizia pur essendo clamorosa per tutti noi, non doveva esserlo per gli addetti ai lavori dell’informazione, tanto che la stessa redazione Rainews24 nell’inchiesta che accompagnava il filmato, per confermare lo scoop citava alcuni atti ufficiali da Field Artillery di marzo-aprile 2005.
Field Artillery è una rivista specializzata dell’esercito americano.

Nei giorni successivi la stampa e le tv italiane proseguirono più o meno tentando d’ignorare la notizia che infatti, al di fuori della Rete, ebbe una risonanza pressoché nulla; almeno in un primo momento.
Non fu da meno il mondo politico che da sinistra a destra non spese una parola a riguardo finché, allo scoppio del bubbone, il Governo cominciò timidamente a considerare il ritiro delle truppe in un prossimo futuro; la solita balla propugnata ormai da tempo immemorabile, suffragata dall’alibi che il rientro del contingente Antica Babilonia avrebbe gettato nel caos le regioni mediorientali.

Oggi a quasi cinque anni da quell’11 settembre, George W.Bush non ha ancora fatto chiarezza su quanto sia realmente accaduto al WTC, nonostante la versione ufficiale della Casa Bianca sia stata sbugiardata da una ingente quantità di filmati e di immagini oltre che dai cronisti più autorevoli (CBS e CNN) giunti per primi in media res.
Nondimeno a dispetto di tale incertezza, si palesano sempre nuovi tasselli dell’orribile mosaico che vede coinvolti gli USA e i loro alleati in prima linea, impantanati in quella che si vorrebbe presentare come una missione di pace e di democrazia, onde mascherarne il carattere di vera e propria guerra per interessi capitalistici.
Tra le (molte!) sconvolgenti acclarate verità che inchiodano i Governi responsabili di questa spedizione sarà sufficiente ricordare: l’assenza di armi nucleari sul suolo iracheno; la scoperta di Abu Ghraib - inchiesta e libro -, colonia di tortura dove vennero oscenamente seviziati uomini la cui appartenenza ad Al Qaeda peraltro non fu mai dimostrata; la documentata stretta collaborazione che Saddam Hussein (ex agente CIA) e Osama bin Laden hanno intrapreso negli anni coi governi americani, prima di finire in cima alla lista dei ricercati per terrorismo; l’uso deliberato di bombe intelligenti, napalm e affini su popolazioni civili e ospedali.

 

Come scrissi allora: attendiamo la celebrazione d’un regolare processo a carico di George W.Bush e Tony Blair macchiatisi di crimini contro l’umanità; infatti avendo essi violato consapevolmente la convenzione di Ginevra andranno processati. Inoltre dopo un’attenta visione dell’inchiesta firmata da Rainews24 e di quella sull’11 settembre (dossier Megachip, film e filmato), per leggere l’ipocrisia di questa società suggerisco l’ascolto (audio) di quel che il Colonnello Kurtz lamentava nel Vietnam di Apocalypse Now Redux:

Addestriamo dei ragazzi a sganciare napalm sulla gente, ma i loro comandanti non vogliono che scrivano ‘cazzo’ sugli aerei, perché è una parola oscena.

Questo monito nella sua semplice e paradossale verità evidenzia la doppiezza che oltre a permeare i rapporti tra politica, mass-media e guerra, satura altresì la comunicazione indirizzata alla gente.

Sicché dinanzi a un simile scenario si prospettano due possibilità d’azione: in quanto lettori avremmo l’obbligo di prestare attenzione al linguaggio e alle sue eventuali degenerazioni; in veste di cittadini dovremmo invece richiamare i giornalisti al loro naturale ruolo di controllo sull’operato politico.
Ovviamente entrambi i propositi presumono attenzione e impegno costanti e tuttavia paiono, in ogni caso, di difficile praticabilità.

Il problema del linguaggio, sollevato oggi da pochissimi, oltre che nei termini di missione di pace o esportazione di democrazia tristemente noti per il loro abuso dopo l’11 settembre, si sta riflettendo tuttora, ad esempio, nel’ambito della questione palestinese, dando luogo ad effetti devastanti sul piano della comprensione di quel che accade.

Sull’argomento Robert Fisk, corrispondente per The Indipendent, nel brano seguente riporta due esempi rivelatori, tra gli infiniti possibili:

 

Due anni fa il segretario di Stato statunitense Colin Powell ha diramato una direttiva alle ambasciate e ai consolati degli Stati Uniti in Medio Oriente, in base alla quale, da quel momento in poi, i Territori Occupati della Cisgiordania e della striscia di Gaza si sarebbero dovuti denominare «Territori Disputati».
Ora, sulla base degli accordi di Oslo, che incoraggiavano palestinesi e israeliani a negoziare il futuro dei suddetti territori, sarebbe stato perfettamente lecito definirli fin da allora «disputati»; farlo adesso invece di qualificarli come "occupati", significa decontestualizzare la violenza.
Personalmente, mi schiero contro ogni tipo di violenza, sempre e comunque. Ma se un palestinese spara a un soldato israeliano per reimpossessarsi di una terra occupata, domandandosi il perché si coglie il motivo di un simile gesto: la terra in questione, appunto, è occupata. Ma se la terra in questione è «disputata», come si fosse in attesa di un giudizio in tribunale, ogni atto di violenza può essere catalogato come «follia», come «terrorismo».

Alcuni mesi fa, ed è questo il secondo dei miei esempi, mi trovavo a Beirut Est quando il mio cellulare ha cominciato a squillare: era il BBC World Service di Londra e in collegamento c’era anche, da Gerusalemme, un portavoce del governo israeliano.
Il tema della discussione riguardava gli avvenimenti nella striscia di Gaza e, parlando di questi della Cisgiordania, li ho definiti: Territori Occupati; il portavoce del governo israeliano subito mi ha ripreso: «Signor Fisk, non Territori Occupati, ma Disputati!».
«Ah, certo!» ho risposto, «Quindi lei vorrebbe farmi credere che i soldati che mi hanno fermato qualche giorno fa tra Jenin e Ramallah erano soldati svizzeri o forse birmani?!».

Situazione quasi identica quando parlando si usano i termini «insediamenti» e/o «colonie».
Mi riferisco, è chiaro, agli insediamenti ebraici, costruiti esclusivamente per ebrei ma edificati su terra araba e in spregio della legalità internazionale. Non è sorprendente, allora, che intorno ad essi esploda la violenza.
La BBC però, identifica questi insediamenti non come, appunto, «insediamenti», ma come «aree residenziali», quasi fossero quei quartieri accoglienti e tranquilli sparse per le zone suburbane di molte metropoli occidentali.

 

[Tratto da: Maurizio Torrealta (a cura di), Guerra e Informazione. Un’analisi fuori da ogni schieramento, ed. Sperling & Kupfer, Milano 2005 pagg.25-27]

 

Il problema del controllo, invece, oggi più che mai assume la forma di una battaglia impari e, forse, persa in partenza.

Lo scandalo che lo scorso giugno nel nostro paese ha travolto il capo del Sismi e alcuni giornalisti ad esso direttamente collegati serve a rammentarci la labilità del confine che separa media e istituzioni; l’inevitabile conseguenza consta nel continuo superamento di tale linea di demarcazione fino al completo e deleterio intreccio di favori e interessi tra le due parti.
Il vicedirettore di Libero Renato Farina, altrimenti noto come fonte Betulla, percepì circa trentamila euro (da: Diario del 1/9/2006) per confezionare articoli sull’Iraq, avallando false tesi e talvolta perfino denigrando i colleghi che svolgessero con rigore la professione.

Fu in questo clima che dalle colonne di quel quotidiano si sfoggiò un titolo come Vacanze intelligenti, riferito ad Enzo Baldoni, il quale appena rapito fu ritratto come uno sprovveduto per la cui liberazione il Sismi stava trattando. Notizia rivelatasi nel tempo del tutto falsa.

Ma è anche il caso di Gian Micalessin, embedded in Iraq, il quale in un articolo mise in discussione la redazione di Rainews24 sia per il video de La strage nascosta sia per quello su Abu Ghraib.

Il contenuto di quell’inchiesta denuncia esattamente ciò che ieri, pure il presidente George W.Bush è stato costretto ad ammettere.

Tue 5th Sep, 2006, La 25a ora

PACIFICARE I SENSI

Una volta lei gli chiese che cosa fosse la vita.
Lui preferì non rispondere ma ci pensò un po’, e poi insieme fecero altro.

Quando la lasciò, Jean ‘le jeune‘ cosiddetto per la peluria bionda invisibile che lo rendeva pressoché imberbe, cambiò città e continente.
Non è passato molto che la vide per l’ultima volta salutandola da lontano con un gesto della mano in mezzo alla folla multicolore del mercato di Béchar, in una giornata estiva.

Oggi, tornatagli in mente lei e la domanda, le ha scritto via email conciso:

Rispondo a quel che mi chiedesti probabilmente in narcosi da ashish: sembra un’alternarsi tra noia e perversione, come se tutto ciò in cui la perversione ci conduce attizzando la nostra curiosità possa avvicendarsi unicamente ad uno stato di tedio assoluto che da sempre domina gli spiriti borghesi.
Davvero, soltanto la depravata ispirazione dell’eros in tutte le sue forme potrà salvarci dalla noia e dal male di vivere.

ciao.
Jean

 

Lei sta passeggiando in un paese straniero, in una terra labirintica e distante dalle sue origini algerine. C’è arrivata accompagnando un’amica impegnata in un reportage sull’accoppiamento dei felini della savana e ora si ritrova a girovagare solitaria e sperduta fuori da un piccolo villaggio nel sud dell’Africa.

Qualche giorno fa, prima di partire, dall’aeroporto ha controllato la posta elettronica e letta quell’email s’è sentita coinvolta in una massa indistinta di pensieri nuovi; in fondo quasi s’era dimenticata di Jean che, facendo capolino, ora ha aperto d’improvviso una breccia di turbamento.
Naturalmente della sua risposta non ha compreso nulla; non se l’aspettava e non l’ha richiesta, perciò non desta meraviglia che sul momento non abbia capito nemmeno a che domanda si riferisse nella lettera.

Di Jean ‘le jeune‘ lei serba ancora alcune parole e la maniera tutta sua di farle intendere ogni sorta di discorso; il suo preferire la relatività al giudizio; la sua testarda convinzione d’una molteplicità di chiavi come solo criterio possibile per la decodifica della complessità universale.
Ogni porta una chiave: il compito più arduo, le disse lui dolcemente con un sorriso, sta nel sapere quale scegliere.

Le parole del giovane le affiorano come da una cavità recondita e oscura, quei suoni le imporrebbero di ripartire subito: mollare l’amica e le sue foto e prendere un volo; scappare, isolarsi, riflettere.
Ma a cosa servirebbe - pensa lei un attimo dopo.

 

Jean si trova nel Pacifico, su una nave da crociera.
Un amico che vi lavora sopra gli ha offerto un posto per dormire e un passaggio attraverso i marosi che da qualche tempo l’affliggono.
La burrasca viene dal mare e lì si placa, gli ha detto il marinaio per convincerlo a imbarcarsi: dalle coste di Macau alle Filippine orientali; Jean si trova lì, sul ponte del transatlantico.
Sente la salsedine posarglisi addosso e per una volta gli piacerebbe contemplare il mondo facendo a meno della propria presenza, astraendosi dalla fisicità; vorrebbe superare il proprio corpo, uscire dalle gabbie della percezione e cogliere la differenza, sarebbero identici l’aria e il sale?

Volare alto.

Il pensiero si fa più oppressivo.
D’un tratto gli pare di non reggere; affonda i pugni nelle tasche, poi apre il palmo destro per cavare fuori un biglietto.
Una email brevissima: un prefisso internazionale e un numero di sette cifre firmate col nome di lei.

Ne immagina la voce mentre gli confessa la contentezza di sentirlo o di vederlo tornare in Algeria; c’è mancato poco che non succedesse mai, c’è mancato poco che non succedesse mai…

Non accadrà, il mio viaggio è cominciato appena, le risponde secco.
Lo scopo ultimo è issare la conoscenza sul pennone dell’apparenza ritrovare quel me che ho smarrito da qualche parte, lontano dall’asprezza e infelicità attuali ma neppure vagamente approssimati alla fissità d’un punto nel passato.

Tuttavia di nuovo lei non capisce e tace all’apparecchio.

 

Jean il giovane osserva di nuovo il numero a undici cifre, poi accartoccia il biglietto, ne fa una piccola palla e la consegna all’oceano.

Quel momento fu come se l’Assekrem si popolasse di notte allorché l’Hoggar si fosse riempito di neve. Fu come un viaggiatore che giungesse nel deserto in cerca dell’oro sotto la sabbia consultando una mappa ingiallita. Fu come cacciare gli scorpioni allo spirare del ghibli nelle notti di luna piena.

Forse più normalmente, non fu.

Sat 26th Aug, 2006, Balla coi lupi

IL DITTONGO DI MARTHA

A Martha’s Vineyard ogni cosa passa lentamente.

In autunno gli alberi che bordeggiano le strade virano sul giallo e sull’ocra e oltre alla lentezza suggeriscono un senso di quiete e di profonda austerità.
Gli abitanti fin dai primordi armonizzarono le esigenze della comunità con la natura circostante, al punto che oggi sotto gli occhi di tutti molte potrebbero essere le dimostrazioni di tale connubio, capace d’avere avuto la meglio sul tempo e sul progresso.
Sulla base di questa compenetrazione che pure non assume mai la forma rigida del rigore, la comunità s’è elevata a simbolo del più intimo rispetto dei valori che i nostri padri fecero loro scegliendo di abitare questa terra.

Nelle prime ore dell’alba oppure al tramonto sulle spiagge è possibile scoprire i ragazzi che scorrazzano liberi o magari sorprenderli mentre si assiepano tutti dritti intenti a scorgere, in fondo all’orizzonte nella linea tra mare e terra, le sagome dei pescherecci simili a punti invisibili che abbiano appena preso il largo o che come risacca e schiuma stiano per fare ritorno; in quelle minuscole sagome qualsiasi dodicenne di Martha’s Vineyard, sebbene ad un livello del tutto subcosciente, vi legge i segni del perpetuarsi discreto e lieve della nostra millenaria tradizione e pur senza la piena consapevolezza costui, ancora adolescente, di quella tradizione è già parte e se ne farà latore assai prima di quanto pensi.

Forse parlo a questo modo perché al cospetto di tanta parsimonia di spirito ogni abitante di qualsivoglia luogo vicino o lontano mi appare d’un altro mondo e so che difficilmente potrebbe comprendere quello per la cui tutela ancora si lotta da queste parti; e in fondo niente più che un esibito anacronismo è quanto contribuisce a fare di quest’isola sperduta tra il nulla e l’addio un luogo propriamente magico, a dispetto della penuria nella quale versa la maggior parte della sua popolazione, almeno se paragonata alla media dell’emisfero occidentale.

Nonostante io voglia bene alla mia gente e ne parli in termini entusiastici ammetto insieme a quanti lo affermano con malizia che si tratta d’una popolazione taciturna e poco generosa con gli estranei; tuttavia le va riconosciuto un acuto sprazzo di sincera solidarietà, talché a memoria degli anziani non esistono storie di qualcuno che abbia rinnegato le regole della comunità.

Anch’io una volta, seduto al banchetto domenicale, senza motivo evidente e senza che mi fosse richiesto confessai che seppure avessi lasciato Martha’s Vineyard per qualche importante incarico in una delle metropoli industriali sulla terraferma, poi sarei comunque tornato.
E ricordo come fosse ora che udendo queste parole, fu l’anziano sacerdote e guida spirituale della comunità, con gli occhi lucidi dalla fierezza, a dirmi quel che mai avrei scordato, nemmanco a distanza di miglia e anni da quei lidi dirimpetto al Massachussets:

Figliolo, di tutte le vie che esistono sulla terra la più importante è quella che conduce all’uomo, e tu la imboccherai.

Oggi so che poco o niente è cambiato da allora e neppure questa ridicola pronuncia che mi porto appresso è stata scalfita; adesso più che mai essa rivela la sua utilità nel rammentare a me e agli altri donde provengo e perché un giorno vi tornerò.

Wed 26th Jul, 2006, L'uomo che non c'era

THE BARBER

Gli servivano diecimila dollari.
La faccenda si poteva rigirare in molte maniere tutte diverse, ma l’affare del lavaggio a secco richiedeva quella cifra.
Eddie era sempre stato un barbiere ma fu quando apprese della possibilità d’investire sul lavaggio a secco, dal tizio venuto da Sacramento in cerca di un finanziatore, che realizzò una volta per tutte d’avere la faccia spiaccicata sul vetro della porta incapace di ruotare la maniglia per uscirne.
Il lavaggio a secco era un investimento con capitale a rischio, tuttavia sapeva con indissolubile certezza che quello era il treno cui ci si aggrappa al volo ché passa una volta sola.
Non che fosse facile racimolare il gruzzolo, anzi occorreva un piano accurato ed efficace, ma Ed sentiva di potercela fare: avrebbe ricattato Big Dave, amante di sua moglie e direttore di un grande negozio in città; con la minaccia di spifferare la relazione clandestina ai reciproci consorti avrebbe venduto il silenzio alla modica cifra di dieci bigliettoni, tondi tondi.

It’s so easy
pensava nel mentre che le dita scivolavano sui tasti e il messaggio minatorio dattilografato spuntava, anonimo, dal rullo della sua lettera 22 lucida.
Ma davvero poteva essere così semplice?

Ed non era in grado di prevederlo, in fondo era soltanto un barbiere e nemmeno la notizia che sua moglie se l’intendesse con Big Dave, qualche anno prima, l’aveva scosso da quel torpore che come stimmate si portava appresso non sapeva manco lui da quanto.
Ora gli era capitata la palla della rivincita, per rimettersi in corsa, e dio solo sa se l’avrebbe lasciata sfuggire.

Quel giorno in barberia, per la prima volta mentre rasava la testa di un cliente, osservando il ciuffo tra pettine e macchinetta gli capitò di pensare ai capelli e rivolto al suo collega e capo sull’altra postazione disse:

- Pensavo ai capelli, continuano a spuntare e crescere. Sono parte di noi eppure li tagliamo e li gettiamo via.

Si bloccò con la sigaretta all’angolo della bocca e gli occhi fissi in un punto qualsiasi tra gli specchi del salone; poi per attenuare la cupezza della sua elucubrazione concluse piuttosto amaramente:

- Adesso prenderò questi capelli e li butterò nel secchio e si mischieranno alla spazzatura.

Senza rilassare le rughe drammatiche che si formavano sulla fronte, con uno scatto veloce del braccio tese l’asciugamano e fece al cliente il segno del servito; in quella frase probabilmente era contenuta, per intero, la sua situazione.

Fu così che infilò la giacca e si diresse verso il luogo deputato al ritiro del denaro di Big Dave; a questo punto, oltre ogni ragionevole titubanza, gli toccava mettere in pratica la prima parte del suo piano: prendere i diecimila dal lestofante ciccione adultero e portarli all’imprenditore di Sacramento, riscattando con i soldi la propria esistenza diafana.

La seconda parte, ora lo sapeva, era di uccidere Big Dave e chissà - ci avrebbe pensato dopo -, forse anche la propria moglie.

Wed 12th Jul, 2006, Una pura formalità

TORNARE SUI MIEI PASSI

Era uscito dalla porta.
Senza dire niente se n’era andato, sicuro di non tornare.
E mentre s’avviava in gran fretta verso ciò di cui sempre aveva sentito parlare e che lo attendeva là fuori si convinse d’aver fatto la cosa giusta.

Era stato partorito in un fosso, ai margini di un campo. Coi denti lei aveva tagliato il cordone, ci fece un nodo e se n’andò.
Lo chiamarono Biagio Febbraio, perché fu ritrovato in una fredda notte di febbraio ed era il giorno di San Biagio.

Sono passati trentadue calendari da quando varcò quell’uscio.
Il ragazzo s’è fatto uomo; né scienziato né dottore, uno come tanti, tanti altri. Uno scrittore.
E quando sale di nuovo sul ponte deserto che aveva attraversato quel giorno, capisce quanto la vita non si fermi e anzi paia correre nella direzione ch’è sempre contraria a quella in cui si procede; e lo vede dai dettagli: posa lo sguardo sull’asfalto della strada, e poi ne segue il tracciato con gli occhi, dalle punte dei piedi fino a dove può spingersi la sua povera vista, in fondo in fondo, dove sembra che le linee convergano e tutto si confonda insieme. Ma questo soltanto perché a confondersi sono le sue pupille, perse nella complessità di ciò che dovrebbe essergli familiare eppure è come se lo vedesse ora per la prima volta.
Vuole cogliere ogni dettaglio di ciò che ha di fronte e tutt’intorno e ancora naufraga: quando ha l’impressione di trovare un punto di riferimento noto gli pare che no, non è quello, forse mi sbaglio non era così, questo non c’era.

Quasi scende la notte e lui è ancora sul ponte, ma non sta più in piedi a rigirarsi smarrito, adesso s’è accovacciato sul marciapede vicino al parapetto e guarda in basso. Vorrebbe far penzolare le gambe attraverso la ringhiera, ma sono altri anni e poi chisseneimporta: quel che dovevo fare l’ho fatto, venire a dare un’occhiata, vedere se il tempo sia passato anche da qui. Lo è.
Ne scorre acqua sotto il ponte…tocca avere il coraggio di chiudere tutto in una scatola e legarla ad una pietra, farla andare a fondo.
Pensieri.
Non resiste all’impulso di appuntarli sul suo moleskine e mette mano alla tasca per trarre fuori una penna; passa la mano nell’altra tasca ma niente, nemmeno la penna; desiste.

Pensa: resto ancora un po’ a sedere rimirando il cielo cobalto finché a brillare non saranno le prime stelle.

Eccone là una…

Tue 11th Jul, 2006, Leon

UN NODO CORVINO

Dallo stanzino da bagno, la osservava attraverso lo specchio.
Stava stesa sul letto, avvolta nelle pieghe di un lenzuolo bianco, il corpo mollemente adagiato; ma vivo, pulsante.
Avrebbe voluto imprimerla in una istantanea visiva, plastica e ferma in quella posa altera, erotica e passionale: il carnato mulatto risaltava come decorazione a smalto sul candore del tessuto a fiorellini che pur cingendole il corpo lasciava intravedere la curvilinea perfezione del fondoschiena, il marrone scuro dei capezzoli, le linee morbide dei polpacci.
Gli occhi di lei chiusi gli permettevano di frugare a distanza e di riflesso, insinuarsi curiosamente nei più impercettibili dettagli senza perciò alterare la spontaneità del quadro, senza suscitare in lei il benché minimo movimento di palpebre o cenno d’imbarazzo.

Poi, abbassò lo sguardo.
Come a penetrarne la trasparenza prese a osservare il bicchiere sotto lo specchio e nel rapido smarrirsi della fantasia tra le macchie calcaree che regolari attraversavano la superficie del vetro spesso, fu catturato da un pensiero.
Forse un desiderio, una insostenibile brama di sillabe capaci - evaporando - di effondersi, nient’affatto invasive, nell’aria di quella piccola stanza da bagno; finché, da un’eco lontana, gli capitarono in mente quelle femminili infantili, candide sognanti:

(silenzio)

Mi sono innamorata di te.
Lo sento tutto qui, nello stomaco: c’era come un nodo; e ora, d’improvviso, il nodo s’è sciolto.

Ad accompagnarle due occhi languidi e neri, sotto un caschetto liscio e corvino.

E a lui viene quasi la candela al naso, per la commozione.

Mon 10th Jul, 2006, Alì

CAMPIONI DEL MONDO!

Il fatto: L’Italia vince la finale del mondiale di calcio Germania 2006 
 

Un rigore contro dopo appena tre minuti: Malouda infila in velocità Cannavaro e Materazzi a braccia alzate lo mette giù. Nettissimo.

Dal dischetto Zidane suona la marsigliese delle beffe: pallone che scheggia la traversa interna; in diretta sembra fuori, al ralenty entra di oltre mezzo metro.

Bestemmie nel belpaese.

Segue il silenzio di chi cova orgoglio: un avvio in salita, è vero, ma noi non siamo il Portogallo.

Al primo corner battuto da Pirlo, Materazzi schiaccia quella palla che Barthez - per rimetterla al centro - deve raccattare in fondo al sacco; si ricomincia da qui.

E’ una gioia per gli occhi, salvo qualche eccellente incursione del velocissimo Henry, vedere gli azzurri dominare a meraviglia il campo almeno nei primi quarantacinque minuti; sessantun percento il possesso palla dopo la prima frazione di gara.

Poi un gran legno di Toni e un gol annullato a Grosso sul filo del fuorigioco.

Infine costretti a rifiatare e difenderci per tutto il secondo tempo e i supplementari, approdiamo ai liberatori rigori: perfetti; cinque su cinque e David Trezeguet sbagliando il suo ci consegna de manu il trofeo.

Riconciliarsi con una vittoria mondiale dopo un divorzio durato ventiquattro anni, e farlo con un calcio che non pare più neanche genealogicamente prossimo a quello dei Paolo Rossi, degli Zoff e dei Tardelli. Farlo in una sera berlinese, a tre giorni dalla sentenza di calciopoli, nella selezione dei grandi assenti, dei sostituti Grosso-Toni-Perrotta-Gilardino e Iaquinta; farlo quindi in un clima da anno zero laddove in precedenza tanti hanno fallito con giocatori sulla carta tecnicamente superiori ai ventitre odierni.

Ci avevano provato Vicini e Sacchi a donare nuovo lustro alla scuola italiana ed erano giunti a un passo; quella infinitesimale distanza che ti induce a dire che sia stata tutta sfortuna in quel lontano ‘90 a portare Zenga tre metri oltre l’area piccola regalando a Caniggia l’incornata della nostra disfatta; e rogna è stata anche quattro anni dopo ché se Franco Baresi non avesse stampato sul palo quel pallone dagli undici metri, oggi il Brazil Pentacampeon non esisterrebbe e il nostro calcio costituirebbe ancora materia di studio sui manuali.
E invece sui libri di storia il nostro calcio da un po’ non c’è più: via via declassato dalle graduatorie Fifa quello che era stato il modello da esportare ed imitare adesso pareva vivere di ricordi dopo i pessimi catenacci di una mentalità antiquata e che invece a casa nostra continuava a tramandarsi nei retrogradi seguaci di Nereo Rocco: Maldini e Trapattoni.
Così tra uno scricchiolìo e l’altro dopo Usa ‘94 e nonostante un parco attaccanti che negli ultimi dieci anni ha potuto fregiarsi di fantasia e tecnica uniche al mondo, l’Italia si era rassegnata alla voce dei perdenti, quella che recrimina sfortune e torti, schemi sbagliati e pessimo stato di forma fino a sbiadire nella brutta copia di quell’eredità storica che intendeva perpetuare.

Ripartire da Marcello Lippi legato a doppio filo allo scandalo calciopoli è poi l’ultima macchia d’infamia per un paese saldamente torchiato dalla corruzione politica dilagata ad ogni livello e scoppiata anche nel calcio in quella piaga estiva che ha preceduto ed accompagnato l’avventura di Germania 2006.
Curiosamente le maglie azzurre coi numeri oro che hanno calcato i prati tedeschi, in fondo ci hanno rappresentato più di qualsiasi fotografia: Fabio Cannavaro autentico portagonfalone e capitano ha disputato forse il più alto mondiale che un difensore potrebbe disputare eppure si tratta anche di colui che nel ‘93 fu ‘beccato’ a girare filmini in infermeria mentre tra il disprezzo e l’autocommiserazione pronunciava parole come: ora potete vedere quanto facciamo schifo e giù a prestare il braccio alle iniezioni dopanti.
Gigi Buffon non avrebbe manco dovuto esserci in questa spedizione: appena dieci giorni fa messo alla berlina dagli interrogatori di Borrelli, assurgeva a protagonista fuori dal campo in quel giro sporco e implacabile di scommesse e soldi che gravita attorno agli interessi del pallone.
Lippi intrallazzato per legami di parentela con la Gea di Moggi junior viene oggi acclamato come il tecnico che ha saputo riformare un gruppo e che in mezzo a tanti nomi nuovi e giovani promesse raccoglie l’indubbia benemerenza d’aver guidato la Nazionale dei panchinari nell’empireo calcistico.

Oggi come sempre, dinanzi ai meriti sportivi l’Italia sa fermarsi e rimettere tutto in discussione adottando come peso e misura la sua splendida vocazione a rigenerarsi dalle ceneri e dalle vergogne, la leggenda di chi sa lottare e soffrire fino a toccare il fondo per dare il colpo di reni e riscattarsi; e nello scandire a parole questa favola si riesce a passar sopra anche allo squallore e al vizio, alla deturpazione etica, fino a sciamare nelle strade al grido della comunità in festa: Grazie Italia!

C’è un che di triste in tutto questo e visto con occhi diversi dai nostri potrebbe suonare come una condanna, un ceppo da cui non riusciremo mai ad affrancarci (e la spiegazione potrebbe essere antropologica…)
Forse un po’ per pigrizia un po’ per coatta attitudine agli accomodamenti, di nuovo, si preferisce rinunciare a ripulirsi del marcio che con la sua frusta ci schiocca, provvedendo da noi stessi ad alimentare quell’inno denigratorio che alla stampa internazionale piace cucirci brutalmente addosso: italiani pizza, mafia e mandolino.

Ma non sembra importarci più di tanto. A prevalere è un’ostentata fierezza e un’indubbia creduloneria: a piacerci è il mito, talora pure fasullo, dell’uomo che lavora e si fa da sé, del gruppo operaio che con sudore e nonostante gli scandali e le inchieste alla fine la spunta in barba all’anatema di Beckenbauer: sconterete la vostra calciopoli in questo torneo, psicologicamente non potrà giovarvi.

Così Cannavaro e Buffon si rivelano gladiatori ed eroi nell’arena dell’Olympiastadion e nulla c’entrano più gli episodi, il possesso palla e le occasioni, quando si preferisce credere nell’esistenza di un punto in cui tutto si azzeri e a far la differenza siano il background, la grinta, la voglia di vincere, ed esattamente come un pugile pesto messo all’angolo che ha incassato colpi durissimi per tutto l’incontro e che pure confida nella sua resistenza e volontà di prevalere si ritiene di essere i più forti in questo:

Non puoi beccare quella seconda raffica di colpi, lo sai, è lì che ti aspetto: vuoi il titolo? vuoi portare la corona dei pesi massimi? naso rotto, mascella fracassata, faccia spaccata…sei disposto a questo, sei pronto? perché hai di fronte l’uomo che morirà prima di farti vincere.

Alla fine occorre perciò fare i conti con la contraddizione: una genia creativa e insieme agonista, la nostra, capace di lottare ma anche troppo indulgente con se stessa fino al punto di calpestare qualsiasi principio fondante e rinunciare ad affrontare apertamente la realtà; e dopo l’impresa di ieri, che ha inorgoglito anche il più equanime e disinteressato abitante della Penisola, ci si arrende all’evidenza nel leggere i virgolettati dei giornali che riportano il pensiero del popolino: Lippi resta! indirizzato al tecnico di cui l’inchiesta e le udienze della giustizia sportiva (data la contingenza del mondiale) sono state stralciate dal processo che per ora imperversa su calciopoli e che lo avrebbero travolto e fatto certamente naufragare insieme alla nostra beneamata Nazionale.

E allora sorridenti, come guardando in uno specchio, sembriamo apostrofare: siamo fatti così, che ci volete fare?!