Il fatto: George W. Bush conferma per la prima volta l’esistenza di carceri segrete utilizzate dai servizi d’Intelligence americani per custodire e torturare i prigionieri legati ad Al Qaeda.
Il 12 novembre 2005 Rainews24 pubblicava per la prima volta uno straordinario dossier video provante l’uso di fosforo bianco durante il bombardamento sulla città irachena di Falluja.
Il fosforo bianco, o Willy Pete per usare il gergo dei marines, è un agente chimico simile al napalm, perciò vietato dalla convenzione di Ginevra.
La notizia pur essendo clamorosa per tutti noi, non doveva esserlo per gli addetti ai lavori dell’informazione, tanto che la stessa redazione Rainews24 nell’inchiesta che accompagnava il filmato, per confermare lo scoop citava alcuni atti ufficiali da Field Artillery di marzo-aprile 2005.
Field Artillery è una rivista specializzata dell’esercito americano.
Nei giorni successivi la stampa e le tv italiane proseguirono più o meno tentando d’ignorare la notizia che infatti, al di fuori della Rete, ebbe una risonanza pressoché nulla; almeno in un primo momento.
Non fu da meno il mondo politico che da sinistra a destra non spese una parola a riguardo finché, allo scoppio del bubbone, il Governo cominciò timidamente a considerare il ritiro delle truppe in un prossimo futuro; la solita balla propugnata ormai da tempo immemorabile, suffragata dall’alibi che il rientro del contingente Antica Babilonia avrebbe gettato nel caos le regioni mediorientali.
Oggi a quasi cinque anni da quell’11 settembre, George W.Bush non ha ancora fatto chiarezza su quanto sia realmente accaduto al WTC, nonostante la versione ufficiale della Casa Bianca sia stata sbugiardata da una ingente quantità di filmati e di immagini oltre che dai cronisti più autorevoli (CBS e CNN) giunti per primi in media res.
Nondimeno a dispetto di tale incertezza, si palesano sempre nuovi tasselli dell’orribile mosaico che vede coinvolti gli USA e i loro alleati in prima linea, impantanati in quella che si vorrebbe presentare come una missione di pace e di democrazia, onde mascherarne il carattere di vera e propria guerra per interessi capitalistici.
Tra le (molte!) sconvolgenti acclarate verità che inchiodano i Governi responsabili di questa spedizione sarà sufficiente ricordare: l’assenza di armi nucleari sul suolo iracheno; la scoperta di Abu Ghraib - inchiesta e libro -, colonia di tortura dove vennero oscenamente seviziati uomini la cui appartenenza ad Al Qaeda peraltro non fu mai dimostrata; la documentata stretta collaborazione che Saddam Hussein (ex agente CIA) e Osama bin Laden hanno intrapreso negli anni coi governi americani, prima di finire in cima alla lista dei ricercati per terrorismo; l’uso deliberato di bombe intelligenti, napalm e affini su popolazioni civili e ospedali.
Come scrissi allora: attendiamo la celebrazione d’un regolare processo a carico di George W.Bush e Tony Blair macchiatisi di crimini contro l’umanità; infatti avendo essi violato consapevolmente la convenzione di Ginevra andranno processati. Inoltre dopo un’attenta visione dell’inchiesta firmata da Rainews24 e di quella sull’11 settembre (dossier Megachip, film e filmato), per leggere l’ipocrisia di questa società suggerisco l’ascolto (audio) di quel che il Colonnello Kurtz lamentava nel Vietnam di Apocalypse Now Redux:
Addestriamo dei ragazzi a sganciare napalm sulla gente, ma i loro comandanti non vogliono che scrivano ‘cazzo’ sugli aerei, perché è una parola oscena.
Questo monito nella sua semplice e paradossale verità evidenzia la doppiezza che oltre a permeare i rapporti tra politica, mass-media e guerra, satura altresì la comunicazione indirizzata alla gente.
Sicché dinanzi a un simile scenario si prospettano due possibilità d’azione: in quanto lettori avremmo l’obbligo di prestare attenzione al linguaggio e alle sue eventuali degenerazioni; in veste di cittadini dovremmo invece richiamare i giornalisti al loro naturale ruolo di controllo sull’operato politico.
Ovviamente entrambi i propositi presumono attenzione e impegno costanti e tuttavia paiono, in ogni caso, di difficile praticabilità.
Il problema del linguaggio, sollevato oggi da pochissimi, oltre che nei termini di missione di pace o esportazione di democrazia tristemente noti per il loro abuso dopo l’11 settembre, si sta riflettendo tuttora, ad esempio, nel’ambito della questione palestinese, dando luogo ad effetti devastanti sul piano della comprensione di quel che accade.
Sull’argomento Robert Fisk, corrispondente per The Indipendent, nel brano seguente riporta due esempi rivelatori, tra gli infiniti possibili:
Due anni fa il segretario di Stato statunitense Colin Powell ha diramato una direttiva alle ambasciate e ai consolati degli Stati Uniti in Medio Oriente, in base alla quale, da quel momento in poi, i Territori Occupati della Cisgiordania e della striscia di Gaza si sarebbero dovuti denominare «Territori Disputati».
Ora, sulla base degli accordi di Oslo, che incoraggiavano palestinesi e israeliani a negoziare il futuro dei suddetti territori, sarebbe stato perfettamente lecito definirli fin da allora «disputati»; farlo adesso invece di qualificarli come "occupati", significa decontestualizzare la violenza.
Personalmente, mi schiero contro ogni tipo di violenza, sempre e comunque. Ma se un palestinese spara a un soldato israeliano per reimpossessarsi di una terra occupata, domandandosi il perché si coglie il motivo di un simile gesto: la terra in questione, appunto, è occupata. Ma se la terra in questione è «disputata», come si fosse in attesa di un giudizio in tribunale, ogni atto di violenza può essere catalogato come «follia», come «terrorismo».
Alcuni mesi fa, ed è questo il secondo dei miei esempi, mi trovavo a Beirut Est quando il mio cellulare ha cominciato a squillare: era il BBC World Service di Londra e in collegamento c’era anche, da Gerusalemme, un portavoce del governo israeliano.
Il tema della discussione riguardava gli avvenimenti nella striscia di Gaza e, parlando di questi della Cisgiordania, li ho definiti: Territori Occupati; il portavoce del governo israeliano subito mi ha ripreso: «Signor Fisk, non Territori Occupati, ma Disputati!».
«Ah, certo!» ho risposto, «Quindi lei vorrebbe farmi credere che i soldati che mi hanno fermato qualche giorno fa tra Jenin e Ramallah erano soldati svizzeri o forse birmani?!».
Situazione quasi identica quando parlando si usano i termini «insediamenti» e/o «colonie».
Mi riferisco, è chiaro, agli insediamenti ebraici, costruiti esclusivamente per ebrei ma edificati su terra araba e in spregio della legalità internazionale. Non è sorprendente, allora, che intorno ad essi esploda la violenza.
La BBC però, identifica questi insediamenti non come, appunto, «insediamenti», ma come «aree residenziali», quasi fossero quei quartieri accoglienti e tranquilli sparse per le zone suburbane di molte metropoli occidentali.
[Tratto da: Maurizio Torrealta (a cura di), Guerra e Informazione. Un’analisi fuori da ogni schieramento, ed. Sperling & Kupfer, Milano 2005 pagg.25-27]
Il problema del controllo, invece, oggi più che mai assume la forma di una battaglia impari e, forse, persa in partenza.
Lo scandalo che lo scorso giugno nel nostro paese ha travolto il capo del Sismi e alcuni giornalisti ad esso direttamente collegati serve a rammentarci la labilità del confine che separa media e istituzioni; l’inevitabile conseguenza consta nel continuo superamento di tale linea di demarcazione fino al completo e deleterio intreccio di favori e interessi tra le due parti.
Il vicedirettore di Libero Renato Farina, altrimenti noto come fonte Betulla, percepì circa trentamila euro (da: Diario del 1/9/2006) per confezionare articoli sull’Iraq, avallando false tesi e talvolta perfino denigrando i colleghi che svolgessero con rigore la professione.
Fu in questo clima che dalle colonne di quel quotidiano si sfoggiò un titolo come Vacanze intelligenti, riferito ad Enzo Baldoni, il quale appena rapito fu ritratto come uno sprovveduto per la cui liberazione il Sismi stava trattando. Notizia rivelatasi nel tempo del tutto falsa.
Ma è anche il caso di Gian Micalessin, embedded in Iraq, il quale in un articolo mise in discussione la redazione di Rainews24 sia per il video de La strage nascosta sia per quello su Abu Ghraib.
Il contenuto di quell’inchiesta denuncia esattamente ciò che ieri, pure il presidente George W.Bush è stato costretto ad ammettere.