Sat 8th Jul, 2006, **esuli letterari**

ALLORA VIDI IL VOLTO DI QUELLA VOCE

(cit. da: J.L.Borges, Finzioni, ed. Einaudi)

Fermo, ad aprile.

Un orologio rotto che ha smesso di marciare, eppure il tempo marcia uguale sia che si scelga di misurarlo sia che fingendo si rinunci a farlo.
Fingere, o meglio Ficciones, in quel caleidoscopio di scambi e ricambi di borgesiana memoria; una messe di ricordi custoditi abominevolmente in una scatola d’osso, pronti a saltar fuori nel momento sbagliato: quando meno si vorrebbe.

Funes assurge a simbolo di tutto questo.

Per diciannove anni aveva vissuto come chi sogna: guardava senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava tutto, o quasi tutto. Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e banali. Poco dopo s’accorse della paralisi; la cosa appena l’interessò; ragionò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.
Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini di una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho.

E quando accade, alza la voce; nello scandire imprecazioni o monosillabi prova quel ludico massacro: un suono che tenti di coprire e distrarre la mente da un ricordo insopportabile; impudicamente emerso esso vorrebbe riconciliarsi col presente anche se soltanto in forma di discorso indiretto; mentre l’uomo s’oppone, purtuttavia dando luogo all’effetto opposto.
Già il solo volgere la mente altrove proferendo qualcosa d’altro che distolga, conduce in porto lo scopo del souvenir: dal passato ora nel presente sotto forma non più di memoria ma di suono e quindi d’azione (seppure per semplice contrasto): una lingua che batte nel palato e vibra nell’afflato produce sibilo e a un fonema ne segue un altro finché tutti, contigui, non articolano il discorso.
Ora il discorso non è il ricordo, ma ciò che contro di esso lotta onde scacciarlo di nuovo negli anditi meno frequentati della memoria, sperando alla lunga di avere la meglio magari condannandolo a giacere dimenticato - col tempo e nel tempo - al cospetto del resto.

Eppure, di nuovo, il prodursi di un siffatto travaglio ha sancito la vittoria di quella rimembranza che, pure per un attimo, perdura nel suo vivere.

Wed 12th Apr, 2006, Taxi Driver

PALANTINE’S DEAD

Il fatto: La CdL, per un pugno di schede, perde alla Camera e al Senato; il governo del Signor B. va a casa.

 

Cinque anni di cui sarebbe impossibile negare lo schifo imputabili a una classe politica che di politico ha smesso le istanze e le intenzioni e che per questa ragione dovrebbe fare le valige per un altrove il più lontano possibile; poi qualche giorno fa, la liberazione.
Oggi, mi rendo conto, sarebbe facile imbrattar pagine di rabbia e soprattutto di gioia per quel macigno rotolato via, per la ricostruzione di una comune innocenza, per quell’urgenza di levità che nuovamente torna a compenetrarci, e tuttavia preferisco rimettermi a chi - molto prima di me -  aveva colto l’essenza di momenti come questi parlando di una politica che troppo a lungo abbia smarrito la via della gente:

certe volte il puzzo ti prende alla gola e fa venire il mal di stomaco: è come se ci si soffoca;
io credo che quello che diventa presidente deve prima di tutto buttare nel cesso tutta questa immondizia e poi tirare l’acqua.

…restiamo qui, nell’attesa di quel secondo diluvio universale che possa ripulire le strade e far svaporare il fetido lezzo che inquinava i nostri polmoni e i nostri umori.

LA BARZELLETTA DEI MATTI

C’è una freddura che circola tra i matti: quando alla sera il manicomio serra le entrate, la domanda è: Da che parte si chiudono le porte?

L’istituto è un edificio fatiscente, con ampio giardino sul retro; dentro non mi fanno entrare - non sono un parente -, pertanto il regolamento mi consente di accedere nel cortile all’aperto tassativamente durante l’orario di visita. Questo cortile è un’area recintata il cui limite invalicabile è segnato da grate metalliche e alte inferriate: se sai dove ti trovi bastano due passi là in mezzo ad insinuarti un inesprimibile sentore d’inquietudine e ansietà.
Segni e sintomi convergono a suggerirti inequivoca l’aria del penitenziario, ma qualcuno ci tiene a dire che non sia la stessa cosa: qui non ci sono muri ciechi né guardie armate e si riesce a vedere di fuori un passo oltre il reticolato, il mondo civile - vicino, vicinissimo.

Da lontano riconosco il Militina scompostamente appartato su una panchetta, tutto intento a trafficare con ritagli di giornali e a strappare repentinamente intere pagine di libri conservandole nelle tasche della giacca consunta; nell’avvicinarmi focalizzo l’attenzione sul suo aspetto fino a ricavarne una tristezza invasiva: occhi cerchiati, barba mal rasata, palmi e unghie nere di polvere e petrolio a stampa. Dall’ultima volta mi appare perfino più vecchio, quasi che la sua cinquantina abbia bruciato vent’anni di troppo nell’indifferenza degli amici e dei compagni impegnati là fuori; un passo oltre il recinto.
Quando gli sono davanti lo chiamo per nome e tuttavia sprofondato nel suo daffare non s’accorge e prosegue a farfugliare sottovoce. In mezzo alla litania di microsuoni incomprensibili irrompono la mia voce e il mio saluto: ciao Militina…, fintantoché il suo viso si illumina, alzando gli occhi.

In principio mi guarda soltanto, poi senza proferire verbo, estrae dalla tasca un articolo di giornale mal ritagliato e con una risata secca e fragorosa che gli piega il labbro sottile, me lo passa; sopra in evidenza c’è la foto di un enorme scimpanzé, la notizia riporta: zoo di Stoccolma, scimmia crede davvero di essere un uomo.
- Povera bestia - gli dico con un sorriso, senza pensarci.

Mi metto seduto accanto a lui e per un po’ parliamo: mezze frasi senza costrutto, giusto per vincere l’imbarazzo del tempo che passa e mascherare la vita miserabile di lui qui dentro e di noialtri fuori.
Eravamo colleghi alla Ban; entrambi operai specializzati alla catena di montaggio: una vita spesa dietro al cottimo, alla sveglia delle quattro di mattina - dalla periferia della città - e al ritorno a casa quand’era già buio.
Fino al giorno in cui lui afferra per il camice l’ingegnere e lo stringe e si dimena trascinandolo e urlando: me lo vuole dire che cazzo si fabbrica in questa fabbrica! e quasi lo ammazza se non glielo levano da sotto.
A portarci via sono stati il materialismo storico e dialettico e la dottrina del partito; a portarci via sono stati anche l’insoddisfazione di un’esistenza schiavizzata con l’unica certezza della saturazione fisica e mentale per quel denaro necessario all’acquisto di frigoriferi, lavatrici, automobili e beni di largo consumo; tutto ciò non disgiunto dalle condizioni di lavoro disumane ha fatto sì che piano piano, si dilavasse oltre allo scopo stesso del denaro anche il nostro, e nessuno tra noi ha potuto o voluto rendersi conto.
Il suo cervello se n’è scappato giovane e l’hanno rinchiuso qui dentro, io ho perso un dito e m’hanno cassintegrato.

Tutt’a un tratto mi chiede se giù alla fabbrica i compagni parlino ancora di lui, e in tono rassicurante provo a spiegargli che parlano, parlano, è ancora un simbolo.
Poi con una punta di grande disincanto, senza un filo di rabbia mi dice che c’è sempre la storia del però:

- Significa che parlano bene, però a un certo momento quando il discorso è finito, t’appiccicano il però e allora giu’ a distruggere.
Eh li conosco io, i compagni!

Silenzio.

Adesso che gli siedo accanto capisco quanto poco sia interessato alla mia visita: come un bimbo affaccendato tra i suoi giocattoli gira la testa altrove e seguita a strappar pagine e scribacchiare con la biro blu su di un foglietto.
Forse sono più interessato io a domandargli qualcosa, ma in fondo non so cosa.
Mi guardo intorno in questo bordello, in cui si odono grida, imprecazioni e bestemmie; poi con un gesto istintivo, quasi filiare, gli accomodo il bavero della giacca sollevato, ripiegandoglielo nel suo verso.

Mon 20th Mar, 2006, Le conseguenze dell'amore

LA SVIZZERA DEL CUORE

In una cittadina avvolta nel grigiore di un paese estraneo e tedioso.
In un albergo nel quale, recluso, ho tirato avanti tra una sigaretta e un’altra mentre insieme ad ogni mozzicone spento spegnevo in me l’atavica pulsione affettiva, amorosa, immaginifica.
L’assenza di fantasia riduce la vita ad uno spettacolo mortale e specialmente qui nel cuore blindato della Svizzera, altro non può dimorare se non l’indifferenza. La mia e la sua, di questa terra.
Mascherata da una perfida neutralità, l’indifferenza elvetica a sua volta ha generato un duplice orizzonte di squallore: sotterraneo nel movimento di denaro sporco poi riciclato silenziosamente da un caveau all’altro; in superficie tra le vie e i marciapiedi, desolati al di fuori degli orari di banca.
Esattamente nel mezzo a cavallo d’ambedue sorge il mio, di squallore.

Per dodici anni ho respirato quest’aria mefitica, allungandola col fumo di nicotina tentando d’alleviarne il peso o forse accelerando, con la teatralità del gesto triadico - bocca-sigaretta-accendino -, il disfacimento mio e delle mie giornate. In tale stato di piattezza, prostrato per la profonda sciatteria del tutto, intuire l’ineluttabilità del tempo nel mio caso ha significato rassegnarsi letteralmente alla non-vita.
Così da commercialista per Cosa Nostra, mi sono trasformato in prestanome; esule in un hotel del cantone italiano, al prezzo della vita ho dato indietro tutto ed ho riavuto in cambio, non mie, una valigia e una pistola.

Ora seduto al tavolino, vicino alla finestra, in questa hall triste e affollata, osservo la barista moraocchiazzurri. Il suo corpo giovane e sensuale serve a ricordarmi, per sottrazione, le rinunce che mi permettono d’essere qui.
Contemporaneamente, in questo stato d’animo, dinanzi alla crudeltà d’ogni prospettiva, nel tourbillon di pensieri si fa strada l’orrore per la morte di vecchiaia. Lo sento aleggiarmi intorno e persuadermi al gesto.
Ci vorrebbe coraggio per una dipartita rocambolesca; sto per scriverlo sul block notes proprio mentre siedo qui intento ad osservarla, a immaginare le sue tette, frattanto che lei ignara danza sovrana, agile e snella; eppure la penna nell’ultimo tratto si ribella al comando, muovendosi in altre direzioni.

Una valigia e una pistola, ma senza valigia non c’è vita: rubarla a Cosa Nostra corrisponderebbe all’ennesima, estrema rinuncia.
Ciononostante, apparecchiato a questa decisione e finalmente sereno dopo dodici anni, salgo in camera a indossare l’abito scuro e la cravatta di porpora.
Di un’ultima cosa infatti posso star certo: nell’istante stesso in cui il destino m’avrà inghiottito, moraocchiazzurri troverà il block notes abbandonato sul tavolino.

Nell’ultimo foglio leggerà, in stampatello maiuscolo:

Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell’amore.

Fri 17th Mar, 2006, L'attimo fuggente

DEAD POETS SOCIETY

Il fatto: Berlusconi e Prodi, a pochi giorni dalle elezioni, si sono affrontati in un faccia a faccia televisivo.
 

L’avevano preannunciato con una settimana d’anticipo: il face to face sarà un pezzo di storia della televisione, un botta e risposta all’americana; e come ogni volta l’italietta provinciale e credulona era corsa ad allinearsi.
Undici lucidissimi cronometri digitali, disseminati in lungo e in largo per quella camera d’ospedale camuffata da studio televisivo; mi raccomando, aveva detto il massmediologo giapponese, tarateli al limite dei due minuti e mezzo! perché di più…si sa, annoia.

Malgrado tutto, noioso l’è stato ugualmente, estenuante quanto una partita di ping pong, prevedibile come il rimpiattino. La sorpresa era trovarli uno di fronte all’altro: il primo ministro uscente e quello entrante.
E’ vero: i premier ancor più che i politici debbono essere camaleontici, catalizzatori pronti ad adattarsi nella gestualità e nelle parole ai verdetti dei sondaggi da ultim’ora, tuttavia alla lunga non riescono a fregarti; finisce sempre che se sai leggere tra le righe, li sgami.

Così infatti è stato, per entrambi. Ma trascuriamo un attimo il mortadellone, di cui con tutta probabilità ne sentiremo di ogni per i prossimi cinque anni e concentriamoci su quell’altro, visto che la sua abbronzatura a trentadue denti rischia - in un futuro ormai prossimo - di essere relegata ai margini del sozzo teatrino.

Dunque mentre ascoltavo l’immane sfilza di cifre, insieme a chissà quanti altri spettatori dislocati nella penisola pensavo alla sua bocca larga e alle enormità che continuamente sputa fuori, finché non è arrivata quella: la riforma Moratti ci viene invidiata in tutto il mondo!
Qui, si è accesa la lampadina; figlio di dio, operaio, muratore, gelataio e tutte le cose che dice, ma insegnante?

Docente di letteratura, magari…perché no?!
Inutile dire che sono stati sufficienti non più di dieci secondi per ricondurlo al professor Nolan:

Determinare la grandezza di una poesia è una questione relativamente semplice. Se segniamo la perfezione sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza.
Un sonetto di Byron, ad esempio, può avere valori alti in verticale ma soltanto medi in orizzontale…

Thu 16th Mar, 2006, Quei bravi ragazzi

GOOD NIGHT, GOODFELLAS

Chiacchiero con Kate, una qualunque da una notte e via. Vicino a noi gli amici seduti al bancone del bar.
E’ una serata come tante, mondanità e vuoto; le risate crasse e cameratesche risuonano nella vana illusione di colmare l’abisso che tutti ci separa, al contrario sortendo prevedibilmente l’esito opposto.
Proprio mentre Kate stringe il bicchiere per avvicinarlo alle labbra pittate - rosso ardente - cerco di scrutarla in fondo al verde delle iridi e non scorgo altro che una vita di sacrifici e il sommo disprezzo per la situazione.
Deprimente osservarci da fuori. Peggio delle bestie.

Ne ho conosciute tante prima di Kate ma puntualmente tali e quali a lei. Grande spirito di adattamento alle circostanze, unico obiettivo tirare la serata condiscendendo la vanità maschile, perlopiù mostrando il candore dei denti ad ogni battuta, qualche movimento di lingua e rapide occhiate da pompino. Comportamento che irreversibilmente devia nella corruzione della propria natura, emancipazione, umore, fino alla completa disistima di se stessi.
Nondimeno ne ho conosciuti tanti altri come me. Presunzione e scarso amor proprio, e quella boria che sotto sotto nasconde l’esser divorati da un acuto e pervicace anelito di morte, mai argomento e tuttavia sostanza. Azione.

Nel locale le luci calde e la musica ci inducono a scordare che siano sempre le stesse facce ad entrare ed uscire e in fondo rendono più tollerabile la scontatezza di uno schema destinato a ripetersi.
Così andò anche quella sera con Kate, quando a varcare l’uscio fu Billy, cugino di un capofamiglia di Little Italy, appena tornato dal fresco e impomatato per festeggiare coi fiocchi una rentrèe attesa otto lunghi anni.
C’è sempre qualcuno che crede di sapere chi sei da quel che hai fatto, e Billy era uno dagli schemi facili, votato per scarsa intelligenza all’altare del pregiudizio infallibile e per scaltra malizia a quello della parola di troppo.
Dunque, con buona pace di Eraclito, si crogiolava nella convinzione che tutto potesse restare uguale, uguale a ieri, ed attaccò per primo rivangando il mio soprannome: Tony sputa e lustra, talmente bravo che ti ci potevi specchiare nelle tue scarpe.

Fu la stupidità, mista alla saccenza d’avere il mondo sotto i piedi, il suo punto di non ritorno:

- Non lustro più, Billy. Forse sei stato via tanto, non veniva nessuno a trovarti e non te l’hanno detto: non lustro più le scarpe.

- Ok, ok. D’accordo.
Adesso però va’ a prendere la cassetta per lustrare!


Dovetti ucciderlo, of course.

Wed 15th Mar, 2006, Heat - La sfida

O MYTHOS DELOI OTI

Incipit: E va bene, ve lo dirò: il buio della caverna accecava e la fissità delle ombre sul muro rifletteva il mondo in rovina. Meglio uscire a viverlo finché ero in Tempo.

Cominciare da Platone.
E da dove, altrimenti? Forse da Proust: Ho molto amato la vita, ho molto amato le arti, quantunque queste parole racchiudano un sentimento assai nostalgico; sentimento che d’altra parte non posso permettermi, troppo patetico per un’età (la mia) nella quale tutto dovrebbe essere ancora inespresso e di là da venire…

Dunque, esordire proprio dal momento attuale, dallo squarcio di quel velo di Maya che mi ha liberato dei pregiudizi giovanili gettandomi, a viva forza, nell’allegria e nell’intraprendenza infantile, dominio dei sensi e delle parole, del gioco cinico ma genuino, del calembour arguto.

Mi ci vedi a rapinare un negozio di liquori con scritto in fronte arrestatemi sono un perdente? Bravo.

Perché non sto ancora facendo ciò che vorrei e tuttavia ho ancora Tempo per farlo: affrancarmi dai ceppi e correre fuori e soffrire per l’abbacinante splendore, ma esserne al contempo invaso e percosso al punto di gioirne, prima ch’esso - con gli occhi dell’abitudine - si trasformi in un baluginìo e infine di nuovo nel buio di colui il quale non sappia più stupirsi e vegeti di ricordi.